Diario d’India. Da Delhi

Ok. Direi che questa e’ l’ultima puntata del diario. Stamattina sono arrivato a Delhi da Khajuraho con un viaggio meno massacrante del solito. Delhi mi vuole meno male dell’altra volta, ma solo perche’ mi e’ diventata piu’ indifferente. Una volta raggiunto il limite, tutto scorre su di noi come acqua.

Giornata di riposo e di shopping a Connaught Place. Mio figlio ha bisogno di scarpe sportive, e qui le stesse marche (Nike, per esempio) costano meno di un quarto che in Italia. Quindi si approfitta dei negozi fighi di qui, dove c’e’ il passeggio e lo struscio.

Abbiamo anche preso un caffe’ freddo in una sorta di caffetteria italiana, e una fetta di torta. La fetta di torta messa in vetrina come esempio era grande il doppio di quella che ci hanno portato, e il tutto ci e’ costato come un pranzo per due in un ristorante dai prezzi alti, 500 rupie (insomma 6 euro, poco meno di quello che avremmo speso da noi).

Infine, tuktuk per tornare. Sono distrutto. Domani ultimo giorno, e sono cosi’ sicuro che sara’ senza storia, dato l’approccio stanco con cui mi avvicino ormai all’India, che (salvo sorprese) il diario si conclude qui.

Non vedo l’ora di bere un caffe’ vero. Sono proprio italiano.

Namaste’.

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Diario d’India. Da Khajuraho

In attesa di abbandonare Khajuraho, con il treno per Delhi delle 18:20, qui piove, piove, piove, piove. Siamo arrivati ieri mattina verso le 6. Ci siamo sistemati in albergo. Abbiamo fatto colazione, e alle 8 eravamo gia’ a vedere i templi induisti piu’ belli del mondo. Cosi’ vengono presentati, e bisogna dire che la presentazione, eccessiva come tutte le presentazioni, non e’ pero’ molto lontana dal vero.

Effettivamente questi templi sono i piu’ belli che io abbia visto, persino piu’ belli di quelli straordinari del Tamil Nadu. La differenza e’ che la’ ce ne sono tanti, mentre qui nel nord ci sono solo questi. Il resto l’hanno distrutto gli invasori islamici intorno al XII secolo. Questi si sono salvati perche’ stanno fuori dal mondo, all’epoca in mezzo alla jungla, nella quale sono poi rimasti dimenticati sino al 1830, quando qualcuno del luogo ci ha portato un archeologo inglese.

Bellissimi come architetture, straordinarie le sculture. In tutto questo, le troppo celebrate sculture erotiche sono solo la ciliegina su una torta gia’ ricchissima.

Ci abbiamo passato sei ore, e io ci sarei rimasto ancora. Ma morivamo di fame. E poi, mangiando, ha iniziato a piovere, e non ha ancora smesso.

All’inizio ci siamo dimostrati impavidi: mantella impermeabile, e via. Tanto qui la pioggia raramente dura piu’ di mezz’ora. Abbiamo incontrato dei ragazzini, uno dei quali, incredibilmente, parlava un buon italiano; e questo ci ha proposto di visitare il villaggio vecchio, appena piu’ in la’.

Di mezz’ora in mezz’ora la pioggia non solo non smetteva, ma diventava sempre piu’ fitta. Le nostre mantelline si dimostravano molto buone, pero’ alla lunga, iniziavano anche loro a toccare i loro limiti.

Il ragazzino ci ha mostrato il quartiere degli intoccabili e il loro tempio (in campagna le caste sono ancora ben vive!), e poi quello dei commercianti, e poi le case piu’ ricche dei “guerrieri”, e infine quelle dei bramini. Il paese e’ diviso in aree, di vivibilita’ ben differente.

E ci ha portato alla scuola, un piccolo capolavoro di volontariato civile, autofinanziata (anche grazie ai turisti come noi portati li’ da ragazzini come lui), dove si vedevano diverse classi fitte fitte di ragazzi di varie eta’. Non che non esista anche la scuola pubblica, ma la scuola pubblica non ti da’ gli strumenti materiali (quaderni, penne, libri) e molti non hanno i soldi per comperarseli da se’. Per questo preferiscono la scuola dei volontari, dove queste cose ci sono. Li’, ci spiegava orgoglioso ill direttore, non ci sono differenze di casta o di religione o di ceto sociale.

E poi, via. Sotto il diluvio di nuovo, catinelle e catinelle, evitando le docce che scendevano dai tetti. Alla fine abbiamo dato qualche soldo anche al ragazzino e siamo tornati, fradici.

Ieri sera, mio figlio aveva un attacco di dissenteria di quelli da India. Stamattina (dopo anche le notte passata ad assisterlo) mi sono alzato col mal di schiena. E piove. E non abbiamo voglia di uscire da qui sotto l’acqua. Tra poco arriva il riscio’ che ci porta in stazione.

Peccato per il posto con i templi induisti piu’ belli del mondo. Non avevo ancora visto tanta acqua in India, specie da un monsone che virtualmente e’ gia’ finito.

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Diario d’India. Da Varanasi/Banaras (ancora ancora)

E infatti e’ piovuto. A scrosci da gran temporale, poi fino fino per un po’, e poi ancora a scrosci, e poi e’ calato in un gocciolamento sporadico che e’ proseguito tutto il giorno. La temperatura e’ scesa a un livello accettabile. Il livello di merda di vacca nelle stradine e’ salito perche’ l’acqua le ha gonfiate e semisciolte. Basta camminare due secondi ammirando la bella guglia di un tempietto li’ sopra, che il piede fa splosh nel bel mezzo di una grande merda di vacca. E allora le acque del Gange diventano salutari anche per noi occidentali schifiltosi, perche’ rispetto al resto sono davvero pulite e purificatrici. Anche ieri mattina lungo giro verso il centro citta’ evitando i vicoli inondati, poi un po’ di shopping, e due chiacchiere con una coppia di italiani che ci avverte che la Brown Bread Bakery segnalata dal Lonely Planet in cui abbiamo mangiato la sera prima (piuttosto deludente: il pollo tandoori mi ha girato nello stomaco tutta la notte) e’ un falso. La Brown Bread Bakery vera e’ 10 metri piu’ in la’.

Insomma, evidentemente qui non c’e’ una legge che protegge i nomi commerciali, e questi hanno aperto un locale con lo stesso nome, lo stesso avviso (“Segnalato dal Lonely Planet”) e financo lo stesso menu’ (salvo avvisare, per gran parte delle portate, che questo non c’e’, arriva domani, e’ finito), 10 metri prima, e drenando quindi gran parte dei turisti che arrivano da li’ (che e’ la direzione da cui si arriva piu’ spesso). Hanno addirittura copiato la vetrina in basso.

Siamo andati a mangiare alla vera Brown Bread Bakery, dove in effetti il cibo e’ molto migliore, e si sta in una terrazza all’ultimo piano, con gran veduta sul Gange, dentro una fitta gabbia. Intorno, infatti, vive un’agguerrita tribu’ di scimmie, che non darebbero pace a chi mangia se non fossero tagliate fuori. Quindi: umani in gabbia a mangiare, e scimmie fuori, a guardarci. (si paga anche molto di piu’, pero’ hanno persino il formaggio!)

Niente tramonto. Il cielo e’ stato uniformemente coperto tutto il giorno, e verso sera e’ semplicemente calata progressivamente la luce. Alle sette io ero cotto. Ho preso un riscio’ e mi sono fatto portare all’hotel. Alle otto dormivo gia’.

Non so che cose mi stanchi tanto in questa citta’. Tutto e’ molto forte. Abbiamo trovato, quasi per caso, un bellissimo tempio nepalese, sulla riva del fiume, tutto intagliato nel legno, con di fianco una scuola di sanscrito. Un monaco ci ha indicato un anziano signore alla finestra, dicendoci di fotografarlo, perche’ quello e’ uno swamiji, ovvero un santo, un saggio. Anche li’ c’erano un sacco di scimmie. A un certo punto una scimmia abbastanza giovane si e’ lanciata su un’anziana signora seduta e la ha abbracciata da dietro come se volesse aggrapparsi alla mamma. Grido di spavento della signora, e poi tutti a ridere – e i ragazzi a lanciare sassi alle scimmie.

Da li’ qualcuno ci ha portato al ghat dove cremano i morti, quello piu’ importante. Ci voleva anche far prendere una barca, per vedere piu’ da vicino. A me e’ bastato arrivare dove sono arrivato, sulla riva dove c’era la fila dei cadaveri sulla barella di legno, tutti ricoperti di lustrini. In questa atmosfera surreale, mentre guardavo verso il fiume, mi sono sentito leggermente urtare e, girandomi, avevo il viso, scoperto, di un nuovo cadavere in arrivo proprio a pochi centimetri dai miei occhi.

Questione di un attimo. Poi anche la sua barella e’ stata appoggiata per terra, a fare la fila. E io, via. Ho gia’ disturbato abbastanza i morti indiani e i riti dei vivi. Quasi mi meraviglio che tollerino la presenza di turisti. Basta cosi’.

E basta cosi’, oggi, anche con Banaras (qui la chiamano tutti cosi’). Stasera si prende il treno per Khajuraho, che speriamo sia un po’ piu’ ridente. Sono un po’ soverchiato da questa esperienza. Forse non sono nemmeno del tutto in salute. Mangio poco. Direi che sono decisamente dimagrito. Mi mancano i miei, di riti. Anche scrivere queste righe e’ qualcosa che mi riporta a un contesto familiare, normale.

Dopo magari mi manchera’ l’India. Per adesso mi manca casa.

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Diario d’India. Da Varanasi/Benares (ancora)

Qui la vacanza si avvia al termine, ma in crescendo. Il Gange e’ sempre un poco piu’ alto, e ieri sera, per raggiungere un ristorante un po’ lontano, siamo stati costretti a un’affascinante gimkana per vicoletti poco illuminati (sino a perderci), perche’ la via diretta era invasa dall’acqua del fiume, sino al ginocchio (e nei vicoletti l’acqua non e’ proprio quella del fiume: solo a immaginare il mefitico miscuglio la mia coscienza di occidentale rabbrividisce). Poi, il nostro maitre ha previsto che nel giro di due o tre giorni l’acqua arrivera’ alla main road, dove sta il nostro albergo. Andremo a prendere il treno in barca.

In compenso, minaccia di piovere e non piove. Il maitre ha detto che quest’anno qui e’ piovuto molto poco. Il monsone si e’ sfogato sulle montagne, provocando questa piena inconsueta del fiume (quarant’anni, o piu’, che non era cosi’ alto). Quindi, fa un caldo bestia.

Ieri, andando in un paese qui vicino di cui non riesco a tenere a mente il nome, visitando i luoghi in cui il Buddha fece la sua prima predicazione, il caldo era tale che mi scendevano le gocce di sudore dappertutto. Pero’, cacchio! (si puo’ dire cacchio?) eravamo li’, sotto un ficus religiosa cresciuto da un rametto di un albero che si trova a Sri Lanka (e che io vidi molti anni fa), a sua volta ricavato da un rametto del ficus sotto il quale Siddharta ebbe la sua prima illuminazione sul rapporto tra desiderio e dolore, in un luogo a pochi chilometri da qui. Siate buddisti o no (e io no) vi sfido a venore in un posto del genere senza che un brivido vi corra costantemente addosso. Siddharta e’ stato un uomo di una sottigliezza di pensiero ineguagliabile. Prima che Platone fondasse la filosofia occidentale, lui era arrivato a conclusioni che sotto certi aspetti non sono lontane da quelle della Dialettica Trascendentale di Kant. E, comunque la si pensi, quel primo discorso ai suoi discepoli ha fatto la storia.

Attorno ci sono templi e santuari costruiti da tutte le nazioni buddiste dell’Asia: ovviamente i tibetani, i tailandesi, i giapponesi, Sri Lanka… Il discorso del Buddha, attorno al luogo sacro, e’ riportato molte volte in ciascuna lingua (e relativa scrittura) di tutte le nazioni in cui il buddismo e’ presente. Uno spettacolo di forme di scrittura differenti! (io sono piuttosto sensibile al tema)

Poi ci sono le rovine dell’antica citta’, distrutta dagli invasori musulmani nel XII secolo (sempre loro), con tutti i monasteri e gli stupa. E poi il museo, dove sta il capitello con i leoni che e’ il simbolo dell’India, e sta sulle monete.

L’altro ieri, invece, siamo stati oggetto di una ridicola truffa. Siamo partiti, per vedere la parte meridionale della citta’, e dopo poco abbiamo conosciuto un simpatico tipo, che parlava bene inglese, e si e’ presentato come bengalese, e (stranamente) non ci chiedeva dei soldi. Ci ha raccontato delle cose del posto in cui eravamo, della sua vita, del suo mestiere. Poi quando gli abbiamo detto che stavamo andando in un certo posto, ha detto che ci stava andando anche lui, e che ci accompagnava.

In breve e’ diventato la nostra guida, e ci ha in effetti accompagnato in posti che non avremmo trovato senza di lui. Poi ci ha aiutato a prendere un riscio’ per arrivare al palazzo del maharaja di la’ dal fiume, contrattando sul prezzo, ci ha portato a mangiare, rifiutando l’offerta di mangiare con noi (perche’ aveva gia’ mangiato, e non voleva farci sperperare denaro), e alla fine, quando siamo andati a vedere un museo (che lui gia’ conosceva) si e’ offerto di andare lui a comperare un oggetto che sapeva che stavamo cercando, e che lui sapeva dove prendere a un costo piu’ basso.

Cosi’ gli abbiamo affidato una piccola cifra, 400 rupie (5 euro), non sospettando nulla, anche perche’ non ci sembrava plausibile essere truffati per quell’importo. Piu’ probabile – ci sembrava – che ci chiedesse qualcosa alla fine per tutti i servizi (e tra quello, e un po’ di commissioni chieste nei posti dove ci aveva portato, probabilmente avrebbe guadagnato di piu’).

E invece e’ scomparso. All’ora dell’appuntamento non si e’ visto. L’abbiamo aspettato mezz’ora e niente. Il taxista ci ha fatto una faccia come per dire: e’ ovvio! Potevate capirlo anche prima. Si’, va bene, siamo italiani, quindi anche un po’ napoletani: ma cinque ore di lavoro per truffare cinque euro e’ qualcosa a cui non potevamo credere. Troppo ridicolo per essere vero!

Un’ultima osservazione. I vicoletti di Varanasi sono affollati, ma la dimensione e’ ancora umana. Ma le strade, specie verso sera, sembrano una specie di succo vischioso fatto di persone, vacche, cani, bici e motociclette, che scorrono in una direzione o nell’altra con un flusso localmente schizofrenico ma nel complesso regolare. E tu ci sei dentro e ne sei parte. Non avevo mai visto tanta gente stabilmente ammassata insieme. Stabilmente: cioe’ non in occasione di un particolare evento, ma perche’ questa e’ la norma. Un Gange di gente (e mucche, e cani, e biciclette, e riscio’ a pedali, e moto, e clacson, e clacson, e clacson…)

Ah, i tori di Varanasi sono i piu’ grandi che abbia visto in India. Stanno li’, in mezzo alla strada, tranquilli ed enormi. Tutti li scansano. Sono sacri, e loro sanno benissimo di esserlo.

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Diario d’India. Da Benares/Varanasi

Siamo arrivati nella citta’ piu’ sacra dell’India ieri mattina, dopo una massacrante notte in treno, che faceva seguito a una giornata di automobile (10 ore filate) per fare i 250 km di strada tra Pithoraghar (media montagna himalayana) a Bareilly (pianura – ci passa il treno che porta da Delhi a Varanasi).

Dopo le giornate tranquille ad Almora, abbiamo cercato inutilmente un luogo diverso ma altrettanto fascinoso e rilassante. Pithoraghar sembrava il candidato giusto: all’incirca la stessa altitudine, ma un po’ piu’ vicino alle vette che da Almora non si riescono a vedere, causa nuvole (salvo qualche rarissimo momento, con qualche squarcio).

In realta’ Pithoraghar si trova in una conca, bella ma cieca. E la passeggiata che abbiamo fatto su una delle montagne attorno e’ stata molto bella, ma non ci ha mostrato le vette. In compenso ci siamo quasi persi. Dando fede alle asserzioni di due persone diverse e indipendenti tra loro, abbiamo preso uno stradello molto spettacolare che doveva portare a valle.

Dopo circa un’ora di cammino, abbiamo chiesto conferma a un vecchio pastore, dicendogli il nome del paese a cui pensavamo di arrivare, e lui si e’ sforzato in tutti i modi di farci capire che di li’ non ci si poteva arrivare. Molti dubbi; lui sembra molto convinto, ma capivamo bene quel che intendeva dirci? Avevamo due conferme contro una smentita.

Per fortuna e’ passata una jeep piena di sardine, e abbiamo chiesto al conducente, che ci ha confermato le parole del pastore. Ma don’t worry, five kilomters and I’m back. Fantastico! Almeno abbiamo il ritorno assicurato. E cosi’ e’ stato, in 17 sulla jeep, con anche due persone in piedi attaccate fuori.

Qui e’ ovviamente un altro mondo. Fa caldo, e il Gange e’ altissimo. I ghat, cioe’ le scalinate che scenderebbero al fiume, sono completamente sommersi. Qualche giovane ci dice che nella sua vita non ha mai visto il fiume cosi’ alto. Dall’acqua emergono le sommita’ dei lampioni che illuminano la passeggiata dei ghat. Bisogna andare per stradelli, ed emergere sul fiume ogni volta che si puo’. Qualche strada e’ del tutto sommersa, e ci arrivano le barche anziche’ le automobili. In un punto non possiamo che bagnarci i piedi sino alla caviglia per passare, in questo miscuglio di acqua del Gange (con tutte le sue virtu’) e acqua delle canalette cittadine (insomma, piccole fogne all’aperto).

Su quel che emerge dei ghat ci sono molte persone, specie vecchi, che si immergono. Molti anziani vengono ad abitare a Varanasi per morirci, perche’ morire qui facilita il superamento del samsara, ovvero del ciclo doloroso delle reincarnazioni.

Abbiamo visto anche le pire dove bruciano i morti, e una parte del rito funerario. C’e’ un ghat apposta. Ora e’ sommerso. Quindi tutto succede nel vicolo subito dietro. (solo uomini a operare ed assistere: le donne si commuovono troppo, e l’anima del defunto che gira li’ attorno sarebbe ostacolata al distacco definitivo, dal pianto di una persona cara).

Ci portano a vedere un negozio di sete. Facciamo acquisti. Troppo belle. Ci portano qui e ci portano la’. Qui il turista e’ come il maiale: non si butta via niente. Tutte le sue parti sono buone da sfruttare. Stamattina ci hanno portato all’alba (ore 5) a fare un giro in barca, per un prezzo che e’ solo il doppio di quello indicato dal Lonely Planet. Suggestivo, ma solo in parte, e per troppo poco tempo: non arriviamo nemmeno ai ghat principali.

E il Gange e’ altissimo. Oltre alle sommita’ dei fari di illuminazione, emergono le guglie dei tempietti sui ghat. E’ tutta un’altra cosa rispetto alla Varanasi delle foto turistiche, nelle quali, dal fiume, le case sopra sembrano quasi in collina. Qui il fiume stesso si trova all’altezza di quella collina. Mi immagino quello che sta sotto: siamo sospesi a mezz’aria, dieci metri sopra quello che si vede in quelle foto. La meraviglia e’ nascosta in quest’acqua bigia, che corre veloce portando via qualcosa ogni tanto (anche un cadavere abbiamo visto, ieri).

Ma, nel complesso, Benares non e’ affatto un inferno. Rispetto alle grandi citta’ rumorose dell’India sembra sporca non piu’ che altrettanto, e persino meno rumorosa. C’e’ una bella atmosfera. Si capisce che qui succedono anche cose interessanti. E’ la capitale della musica indiana, e c’e’ l’universita’ piu’ importante del paese.

L’esperienza davvero avvolgente la vivo in in tempio, durante un darshan, cioe’ una cerimonia, con il ritmo ossessionante delle campane al chiuso e fianco alle orecchie, e l’odore del fumo aromatico, e i gesti delle cerimonie, e il caldo, e le rondini che in tutto questo entrano ed escono dalla porta aperta verso il fiume.

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Diario d’India. Da Almora (siamo sempre qui)

Siamo sempre qui perche’ e’ difficile staccarsene. Ieri giornata di relax totale, per smaltire lo stress delle jeep. Stamattina alle 8 finalmente le nuvole si sono squarciate, e abbiamo visto, laggiu’, le grandi cime imbiancate, quelle tra i 7000 e gli 8000 metri.

Poi, partenza. Un viaggio piccolo piccolo per arrivare a Binsar, dove c’e’ una riserva protetta, detta (come sempre qui) Santuario della vita selvaggia. L’unico problema e’ che il Santuario si fa pagare la bellezza di 600 rupie a testa, il prezzo piu’ alto che io abbia mai pagato in India per un luogo pubblico – e il Lonely Planet parlava di un biglietto da 100 rupie…

Pazienza. Paghiamo, entriamo e camminiamo. Oltre alla visita a questo bellissimo pezzo di foresta, questa gita ha un altro scopo. In una baita da qualche parte nel parco, Tiziano Terzani ha passato alcuni anni della sua vita, e ci piacerebbe vederla.

Dopo un paio di ore di cammino arriviamo a un piccolo tempio di Lord Shiva, con un simpatico piccolo brahmino. Sta seduta li’ anche una signora, dall’aria distinta. Ci saluta con un saluto inconsueto, e ci mettiamo a parlare con lei. Ci dice che il tempio e’ del XIV secolo, e che lei e’ la proprietaria del resort in alto, quasi in cima alla montagna. Allora la chiediamo se sa qualcosa della casetta di Terzani, e lei sorride, e dice che Tisciano era un grande amico di suo padre, e che, nel libro che racconta l’esperienza; si riferisce a lui come “il vecchio” (lo dice in italiano). Poi ci dice che e’ stata anche a Firenze da lui, e conosce benissimo tutta la sua famiglia.

Poi si ferma e dice: aspettate, adesso vi faccio guidare sino al resort, poi telefono che vi preparino il pranzo, e poi dico che vi facciano visitare la biblioteca di mio padre e la casetta di Tisciano. E poi verso le 5 c’e’ qualcuno dei miei che scende a Kazar Devi (dove stiamo noi) e se volete vi da’ un passaggio. Io pero’ non posso venire con voi perche’ devo andare a controllare come vanno le cose in fabbrica (una fabbrica di tessuti e scialli, dalla quale abbiamo gia’ fatto acquisti).

E cosi’ eccoci accuditi da un gentile servitore che non parla una parola d’inglese, ma ci accompagna per un ripido sentiero sino al resort. Li’ ci offrono subito dell’acqua, poi un te’, e poi, dopo un po’, un ottimo pranzo – tutto con rilassati tempi indiani. Poi la biblioteca e poi ci portano per un altro sentiero poco lontano, a una casetta a due piani, piuttosto bella (ma molto piu’ spartana della lussuosa villa in alto). Ed ecco: lui stava li’, in questo bel posto a 2400 m, con veduta delle grandi cime (salvo nel periodo dei monsoni, cioe’ questo).

Al ritorno facciamo una deviazione per arrivare in cima al monte, e quasi ci perdiamo. Soprattutto, perdiamo l’appuntamento con la macchina che ci deve portare a casa. E ci facciamo quindi a piedi gli altri 6 km del ritorno.

Sulla strada in basso aspettiamo per un po’, ma non tanto,  una scatola da sardine per tornare a casa.

Fine. Stanchissimi.

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Diario d’India. Da Almora (di nuovo)

Come e’ faticoso viaggiare in questo paese! Abbiamo lasciato ieri il grosso dei bagagli ad Almora e siamo partiti per stare via due notti, e vedere alcuni posti nel raggio di 75 km. Qui 75 km vogliono dire o 3 ore abbondanti di bus, oppure 2 e mezza di taxi collettivo. Si puo’ pensare che il taxi collettivo, che costa di piu’ ed e’ piu’ veloce, sia preferibile al bus; ma non e’ cosi’. Il taxi collettivo e’ una grossa jeep: tre posti davanti, tre in mezzo e quattro dietro di traverso. Totale apparente 10 persone. Oggi (e anche altre volte) eravamo in 17: immaginate come, e capirete perche’ sia comunque meglio il bus. Ma di bus ce n’e’ pochi qui, e non vanno dappertutto come le jeep.

Ieri siamo stati a Kausani, dove c’e’ un ashram dedicato a Gandhi, che vi risiedette qualche tempo negli anni Trenta per scrivere il suo commento alla Bagavadgita. Io il testo di Gandhi non l’ho letto, ma so che la Gita e’ un testo molto amato dagli Indiani, e che riguarda (anche) la decisione morale e politica. Tutto torna, direi.

C’e’ un piccolo museo sul Mahatma, una sua statua, e un’atmosfera molto intima. Si aggiunga che eravamo avvolti dalle nuvole (o dalla nebbia, se si preferisce), e il tutto assumeva un’aria anche un po’ misteriosa. Eravamo gia’ stati fermi tre ore perche’ si era messo a piovere a dirotto.

Stamattina, col sole, abbiamo preso il solito shared taxi e siamo andati nella vicina Baijnath, per vedere un complesso di templi del IX/X secolo, che mi aspettavo simile a quello di Jageswar. Purtroppo era molto piu’ piccolo, e meno emozionante. Bello, comunque; posto su un’ansa del fiume, una decina di edifici, e quasi nessuno intorno.

Mancato il bus per un pelo, di nuovo col taxi a Bageshwar. Li’ c’e’ un tempio ancora piu’ piccolo (seppur fascinoso pure lui). Non c’e’ piu’ niente da fare ed e’ ancora mezzogiorno. Allora studiamo la possibilita’ di fare un colpo di vita e fare un salto di due giorni a nord, tra le montagne grandi, che da qui non si riescono a vedere a causa delle nuvole del monsone. Ma l’ultimo bus diretto e’ gia’ partito, e non ci sono taxi che ci vadano.

Quindi, si torna a casa, ad Almora, in anticipo. Troviamo con facilita’ lo shared taxi, ma il viaggio sembra non finire mai, stretti come sardine in questa scatola di latta ballonzolante sulle incerte strade indiane, con buche e torrenti.

Almeno non fa caldo. Buonanotte.

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Diario d’India. Da Almora (ancora)

Oggi siamo stati a Jageshwar, un posto in mezzo alla foresta dove c’e’ un tempio del VII secolo (e un villaggio gli e’ ovviamente cresciuto di fianco per accogliere i pellegrini).

Devo dire che e’ abbastanza impressionante. Siamo arrivati stamattina verso le 10, con tempo molto nuvoloso, molto umido. In mezzo a questi giganteschi cedri himalayani, c’era questo groviglio di piccoli e grandi edifici di culto, dentro il recinto generale. Tutti in pietra spesso coperta di muschio, generalmente a pianta quadrata (talvolta con un piccolo atrio, quelli grandi) con sopra una alta copertura a forma di piramide tronca bombata, con uno strano fastigio rotondo in cima.

Dietro al recinto un cedro doppio davvero gigantesco, e una colonna di fumo che gli saliva di fianco. Dentro al recinto un sacco di gente (e’ in corso un festival religioso), che cammina, fa cerimonie, cerca di coinvolgerti, ti annoda un braccialetto di corda (segno votivo – ma gli devi dare qualche rupia). Nel recinto, tra piccoli e grandi, ci sono piu’ di 110 edifici; hanno tutti la stessa forma a base quadrata, ma ci sono quelli alti un metro e mezzo e quelli di 15 metri. Le decorazioni sono affascinanti, e ne ho scattato un sacco di foto.

Ma quello che non si puo’ fotografare e’ la fascinazione complessiva di questo luogo con la foresta sullo sfondo, del colore grigio della roccia, con tutti i colori vivaci dei vestiti delle donne, gli odori, i suoni delle cerimonie (tamburi, campane, voci salmodianti…), il coinvolgimento collettivo che finisce per prenderti talmente tanto che a un certo punto ti senti quasi soffocare, come fossi arrivato alla saturazione dei sensi…

Ho capito perche’ gli indiani sono cosi’ indifferenti al frastuono infernale del traffico nelle loro citta’. Nel tempio e’ lo stesso, anche se le voci e i suoni sono quelli piu’ armoniosi (se presi uno per uno) delle cerimonie: l’effetto d’insieme e’ comunque quello di una stranamente coinvolgente cacofonia.

Quando siamo usciti, dopo almeno tre ore, da questo labirinto di templi tempietti templini, siamo entrati in un “ristorante” dove abbiamo pranzato con 60 rupie a testa (75 centesimi di euro). Poi siamo usciti dal paese per andare a vedere l’altro tempio, quello “solo” del IX secolo, a circa un kilometro.

Un recinto molto piu’ piccolo, con appena una decina di edifici. Ma li’ non c’era quasi nessuno. Altro fascino, ma pure quello molto apprezzabile. E poi, qualcuno sa se sia solo un caso che le decorazioni di questi templi hanno vari punti di contatto con le decorazioni dei templi dei Maya? Deve essere un caso, pero’ la somiglianza, qua’ e la’, non e’ piccola.

Un piccolo dettaglio contingente, per cambiare registro. Quando discutete sul prezzo col taxista, attenti a non capire six hundred, quando lui dice sixteen hundred. Non e’ la prima volta che ci casco. L’inglese di molte persone qui e’ cosi’ approssimativo che ci si intende alla bene meglio. Ma in qualche caso nascono anche dei problemi…

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Diario d’India. Da Almora

Diciamo che le condizioni in cui si scrive questo diario non sono sempre delle piu’ favorevoli. Ora ci troviamo ad Almora (che e’ qui), a 2000 metri, in mezzo alle montagne himalayane (dopo – va detto – una giornata di viaggio in bus senza fine, ieri).

Il clima e’ piacevolissimo, dopo i grandi caldi dei giorni scorsi. Il paesaggio e’ alpino, con pini, boschi e aria pura. La differenza piu’ notevole e’ che qui il cespuglio infestante e’ la canapa indiana; si’, proprio quella, la cannabis indica, quella che si fuma. Ne ho visto piu’ oggi che in tutta la mia vita.

Pero’ sta li’, e non e’ che posso farci qualcosa direttamente. Quindi la guardo, e basta. Anzi, no, la annuso e assaggio. Ma non funziona.

Abbiamo visitato un piccolo tempio dove Vivekananda ha passato del tempo a meditare. E Vivekananda e’ stato un grande personaggio. Senza di lui probabilmente niente Gandhi…

Poi abbiamo camminato dal posto dove stiamo, in alto su un crinale, giu’ fino alla citta’, Almora, a 8km, piu’ in basso. All’inizio non sembrava nemmeno di essere in India, tanto tutto era pulito e perfetto. Poi, piano piano, l’India e’ arrivata, con tutti i suoi pregi e difetti.

Abbiamo fatto un po’ di shopping e poi abbiamo cercato di informarci su come tornare su in taxi. Ci hanno detto che ci sono dei taxi collettivi per 30 rupie, che si prendono li’, a 50 metri. Andiamo li’, ma taxi non se ne vedono. Aspettiamo, chiediamo. Ci dicono che non sono li’, ma piu’ avanti, 50 metri. Andiamo avanti anche di 100, pero’ niente. Chiediamo: si’ si’, avanti 50 metri. Insomma, di 50 metri in 50 metri avremo fatto quasi un km, pero’ alla fine il taxi c’era davvero.

Mi domando: cosa impedisce agli indiani di dire, che so?, “subito dopo la stazione di servizio”?

Qui l’architettura delle case e’ gia’ di tipo nepalese, e la gente e’ piccolina e porta i pesi sulla schiena con una cinghia sulla fronte. Non sembra di essere a Cortina, non solo perche’ manca la fighetteria, ma anche perche’ non siamo ancora in zona di rocce e cime. Qui e’ tutto verde di boschi e prati, anche se poi tutto e’ piuttosto ripido, e i torrenti sono fiumi.

Sono nell’albergo, una guest house di campagna con pochi ospiti occidentali. C’e’ una piccola festa perche’ il gestore compie gli anni. Sono arrivati altri ragazzi occidentali dalle guest house vicine. C’e’ un bel clima. Il fumo gira.

Domani, gita in un posto qui vicino, dove ci sono dei bei templi. Il taxi ci passa a prendere alle 8. Buona notte.

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Diario d’India. Da Rishikesh

Post brevissimo, che il tempo fugge. Rishikesh, dove mi trovo, sta sul Gange appena dentro le montagne dell’Himalaya. Il Gange e’ gia’ un grande fiume, qui, e la sua corrente ha la velocita’ di un torrente.

Qui e’ pieno di ashram dove fare yoga, e di giovani e meno giovani occidentali che inseguono il proprio mito – e magari quello dei Beatles, che inaugurarono la stagione negli anni Sessanta.

Il posto e’ molto bello, molto turistico, ma anche molto spirituale. Un sacco di gente si bagna, non proprio nel fiume (che ti porta via) ma almeno con la sua acqua.

C’e’ un’umidita’ pazzesca, anche se il caldo non e’ terribile. Ma basta per essere sempre sudati, grondanti.

Domani altro lungo viaggio in bus. Qui non finiscono mai.

Ovviamente c’e’ un sacco di sporco anche qui, come dappertutto. Prima o poi trovero’ il tempo di scrivere la riflessioni che ho fatto sul rapporto tra sporcizia diffusa e giustizia sociale. Non adesso.

Rispetto a Delhi e’ un altro vivere, comunque. Domani ci inoltreremo tra le montagne. Pero’ non da qui, dove l’inondazione ha distrutto le strade. Dobbiamo tornare giu’ e risalire da un’altra parte. Cercate Almora su google.

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Diario d’India. Da Delhi (ancora)

Delhi non mi vuole bene. Ieri, dopo aver riposato un po’, sono uscito. Destinazione: Red Fort, il grande Forte Rosso dei Moghul e poi degli Inglesi e poi ora simbolo dell’India libera. Chiuso.Non ho capito bene il motivo. Qualcuno ha parlato (o cosi’ ho capito) di una festa dove i musulmani mangiano (in effetti sul grande prato davanti ci sono i preparativi di quello che potrebbe anche essere un immenso banchetto – e siamo alla fine del Ramadan; una guardia mi dice che sara’ chiuso fino al 15 agosto. Ok, niente forte rosso.

Pero’ qui davanti c’e’ il tempio dei jainisti, quello grande dove curano gli uccelli feriti. Il cancello e’ aperto. Entro e ci giro attorno. Ma il tempio e’ chiuso: apre solo la mattina. Ok, niente tempio jainista.

Consulto la guida e vedo che a poca distanza c’e’ Jama Masjid, la piu’ grande moschea dell’India. Andiamo. Da fuori e’ davvero imponente. L’avevo gia’ vista mooolti anni fa. Gli orari sembrano compatibili, e non ho voglia di entrare subito. Mi siedo un po’ sui gradini davanti, e mi guardo attorno.

Quando decido che e’ il momento di entrare, mi avvicino all’ingresso e faccio per togliermi i sandali. Ma il guardiano mi fa segno di no, che non posso entrare, e di sedermi su una delle sedie che sono li’. Sono proprio davanti a un cartello con il regolamento; vi si dice che i non musulmani possono entrare fino al tramonto, eccetto che nei momenti di preghiera. Il tramonto e’ lontano, quindi sara’ un momento di preghiera, penso.

Aspetto. Osservo il guardiano e la sua mimica. Mi rendo conto che ha un viso e una gestualita’ molto espressivi, ma che emette sempre lo stesso suono rauco. Dopo un po’ capisco che e’ muto. Ma sembra simpatico, e scherza con gli altri guardiani. Aspetto ancora, poi provo a avvicinarmi. Seduto li’! sembra gridare lui, coi gesti. Poi fa anche un gesto come dire (o almeno a me sembra): due minuti.

Aspetto. Aspetto. La stessa scena si ripete altre tre volte, a lunghi intervalli di tempo. Alla fine, in un momento in cui lui si e’ allontanato, chiedo a un altro guardiano quando potro’ entrare. Domattina, mi risponde, da adesso in poi e’ solo per fedeli. Ma come, l’altro guardiano mi ha detto di aspettare! No. Non ti ha detto di aspettare. Ti ha detto di sedere li’!

Ecco: Delhi non mi vuole bene. Fatico a ritrovare la strada per la metro Decido che c’e’ ancora tempo. Vado a Connaught Place, il centro di New Delhi. Magari trovo qualche info sui bus. Magari mangio li’. Quando arrivo mi rendo conto che non c’e’ luogo dove raccogliere info sui bus. Giro un po’ e poi consulto la guida per un ristorante. Nelle immediate vicinanze ce n’e’ solo di ultracari. Io mangerei un pollo, o della carne: fare il vegetariano per troppi giorni di seguito mi fa male.

Alla fine trovo un ristorante tamil. Va bene. La cucina tamil e’ buona. Ma e’ ovviamente strettamente vegetariana. Delhi non mi vuole bene. Ne’ io voglio bene a lei: troppo grande, caotica. Rivoglio Jodhpur o Udaipur, e la loro tranquillita’.

Stamattina sono andato al Museo Nazionale, dove ho visto tante belle cose, dal 2500 a.C. sino ad oggi. All’una avevo fame e mi sono guardato intorno alla ricerca di una caffetteria. Ho seguito quelle che mi sembravano le indicazioni e mi sono ritrovato in una specie di mensa, con solo indiani. Ma il cartello parlava chiaramente di prezzi (che erano cancellati) per i dipendenti e per i visitatori. Cosi’, ordino un piatto. Quando il tizio mi dice il prezzo non ci credo: 15 rupie (ce ne vogliono 80 per fare un euro), come dire 20 centesimi. Non e’ una montagna di roba, ma mi sfamo. Nell’intingolo c’e’ persino qualche pezzetto di ciccia!

Pensando che Delhi mi detesti un po’ meno arrivo a piedi di nuovo a Connaught Place, con l’intenzione di sfruttarne il parco per riposarmi. Dopo un po’ di ricerche trovo un prato sotto un albero, e sto li’.

Sono proprio a due passi dalla metro, e cosi’ scendo. Stamattina, all’andata, non c’era nessuno, ed e’ stata comodissima. Ma la fila inizia gia’ in fondo alle scale, e io dovrei persino fare il biglietto (10 rupie). Allora torno su e contratto con un riscio’ il passaggio per ben 50 rupie.

Ed eccomi qua. Ora vado a mangiare, e poi all’aeroporto a prendere mio figlio. Domattina bus per Rishikesh. Non so quando potro’ continuare questo diario. Se tutto va bene i prossimi giorni saro’ in montagna, e non so quanti Internet point riusciro’ a trovare, o se avro’ il tempo di scrivere.

Non saro’ piu’ a Delhi per un po’, almeno. Evviva!

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Diario d’India. Da Delhi

Delhi alle 10 di mattina, piove lento e sottile ma fitto. Fanghiglia dappertutto. Ho passato la notte in treno dopo aver salutato Udaipur. La compagnia degli indiani, quando non hanno secondi fini, e’ molto piacevole. In scompartimento con me c’era una famiglia con una bambina di circa 6 anni, con cui il padre giocava (qui i genitori, anche i padri, sono sempre molto teneri con i bambini), un altro uomo giovane che e’ arrivato elegantissimo in giacca cravatta e scarpe nere, e dopo un po’ e’ andato a cambiarsi (maglietta, pantaloncini e ciabatte), e una signora di mezza eta’ che fa la medica omeopatica, e mi ha spiegato un sacco di cose dell’omeopatia (mentre l’ayurvedica e’ solo una medicina normale un po’ vecchiotta), e mi ha detto che in India l’omeopatia e’ diffusissima.

Tutto benissimo finche’ siamo stati svegli, dunque. Poi si preparano le cuccette, e in realta’ non si dorme: c’e’ chi parla al telefono (l’omeopata), chi accende la luce, chi e’ salito in una stazione intermedia e deve fare il letto; il controllore entra un minuto per controllare non so cosa, accende la luce, ci guarda, conta, spegne la luce e se ne va. Insomma, dormire e’ un’opzione che si puo’ esercitare solo a piccoli tratti. E poi verso le 5 la luce viene accesa stabilmente e la notte e’ formalmente terminata.

Arrivo a Delhi alle 6.45 e trovo subito l’hotel (ma siccome voglio una camera con la finestra, me la daranno solo alle 11). Allora vado in stazione di New Delhi per fare due biglietti di treno, uno per me e uno per mio figlio che arriva domani. Meraviglie della burocrazia indiana: il biglietto per lui non lo posso fare, perche’ non c’e’ il passaporto. E per quel treno li’ non si potra’ fare nemmeno subito prima, perche’ parte troppo presto la mattina. Ho capito: si va in bus, come sempre…

Adesso sono quasi le 11. Vado in hotel, mi faccio una doccia e vado a letto.

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Diario d’India. Da Udaipur (ancora ancora)

Una cosa che si impara in India e’ non avere fretta. Fondamentalmente non ho molto da fare. Le cose da vedere sono in numero limitato a Udaipur, almeno quelle citate sulla bibbia del turista. Pero’, siccome si sta bene, ci si muove un po’, si va a vedere una cosa senza fretta, poi si incontrano i francesi con cui avevi chiacchierato ieri sera dopo cena, e poi gli spagnoli gia’ incontrati a Jaipur e poi a Pushkar, e poi gli italiani che fanno casino, e poi tutti gli indiani che ti domandano ueriufrom e uotsiorneim, e quando gli dici italiano loro dicono “150 la galina canta” (tutti). E poi piove e il primo rifugio che trovi e’ un negozio di vestiti dove il gestore ti offre una sedia e due chiacchiere e ti dice che si ricorda quando giravano “Natale in India” (Natale in India! mica La dolce vita) proprio li’ davanti al suo negozio, e avevano sempre bisogno di qualcosa. E cosi’ ti viene in mente che hai bisogno di un paio di pantaloni e una camicia, e dopo un po’ di contrattazione li acquisti entrambi per 900 rupie (11,25Euro), ma ti resta il dubbio di esserti fatto fregare dalla prontezza con cui lui ha smesso di discutere.

E poi vai a vedere il tempio di Vishnu, quello bello del XVII secolo, il primo tempio decente in questa terra dove i musulmani hanno prima o poi distrutto tutti i templi antichi induisti. E questo e’ proprio bello, non grande ma fittissimo di decorazioni, bello architettonicamente, e molto sacrale. A me sta piu’ simpatico Shiva di Vishnu, ma non si puo’ chiedere tutto. Ci sono persino, nel lungo fregio di figurine scolpite alla base, quelle in posizioni erotiche, quelle che ti domandi dove siano finite nelle nostre chiese (e c’erano, sino a sei-sette secoli fa, andare a Modena per credere). Insomma, e’ vita pure quella: perche’ non puo’ essere sacralizzata?

Poi c’e’ il rito di Internet (questo), che fa parte della giornata, e il ritiro in qualche angolo o sulla bella terrazza dell’hotel a scrivere i pensierini della sera sul quadernino. Insomma, perche’ uno devrebbe avere fretta?

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Diario d’India. Da Udaipur (ancora)

Post breve. Giornata contemplativa. Il lago si lascia guardare.

Ho anche visto il palazzo del Maharaja locale, bellissimo come al solito, tutto bianco, appollaiato sulla riva del lago. E poi ho fatto persino una gita in barca, per vedere il mondo dall’acqua, visitare un’isolotto elegante (con una bella torre antica) ed essere sorpresi dal monsone in tutto il suo splendore.

Piu’ sto qua e piu’ mi sembra che le giornate diventino brevi. Forse e’ solo che mi sto abituando ai ritmi indiani, e tutto si fa con tale calma che alla fine e’ passato un sacco di tempo.

E poi ci sono un sacco di templi in questa citta’, piu’ che in qualsiasi altra che abbia visitato in questi giorni. E moltissimi sono templi di Shiva (o parenti), come si capisce dal tipico Toro Nandi in adorazione davanti al lingam. Sulla riva del lago c’e’ una piccola area dove ne ho contati almeno otto, uno dopo l’altro, piccolini e tutti differenti, ma tutti con il Toro Nandi e il lingam.

Namaste’.

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Diario d’India. Da Udaipur

Sono arrivato da poco a Udaipur, citta’ magica sulle sponde di un bel lago quasi alpino. In effetti, arrivando col bus, abbiamo attraversato un bel po’ di montagna, e qui siamo dall’altra parte, appena sotto.

C’e’ poco da raccontare, oggi, salvo 8 ore di bus. Le montagne erano molto belle. Mi veniva voglia di scendere e fermarmi li’ per un po’. E’ comunque finalmente un paesaggio diverso.

Ora c’e’ il sole, ma per quasi tutto il viaggio ha piovuto. Mi domando come debba essere questa bella campagna verde (quella prima delle montagne) dopo nove mesi che non piove…

Jodhpur l’ho salutata con un sospiro, ieri dera dalla terrazza dell’hotel, guardando in alto il forte. Sino a poco prima avevo chiacchierato con due studiosi di sanscrito (lei svizzera italiana, lui francese), che vivono un po’ qua un po’ la’ per l’Europa dove trovano una borsa di studio. Dev’essere dura la vita degli studiosi di Sanscrito in Europa! Ma anche fascinosa. Lui ha vissuto due anni a Pondicherry, lei uno a Delhi. Ci sono vite peggiori.

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Diario d’India. Da Jodhpur (ancora)

Jodhpur si sta rivelando sorprendente. Sto persino facendo la pace con il Rajastan. Ha un centro storico bellissimo, e anche sorprendentemente tranquillo (per gli standard indiani, ovviamente). Se non fosse per l’onnipresente sporcizia e immondizia sparsa da tutte le parti, sarebbe decisamente gradevole.

E poi c’e’ il forte. Da fuori e’ impressionante. Da dentro e’ bello, sicuramente, ma e’ un po’ reggia, e questo mi stufa. Ma l’architettura e’ davvero particolare, diversa da tutto quello che conosco. Il Forte di Amber a Jaipur resta meglio, ma pure questo si difende bene.

Devo dire che pero’ quello che ho goduto di piu’ sono una serie di cose attorno e non dentro al forte. Per esempio il giardino, molto curato e incantevole, col “giardino di giorno” pieno di fiori dai colori brillanti, e il “giardino di notte” con i fiori che si aprono col buio e spargono i profumi con l’umidita’ della notte, e insieme a loro una massa di piante dalla vegetazione fitta e scura. Da restarci a lungo, cosa che ho fatto.

Da quel lato si scende all’altra parte della citta’ vecchia, con i quartieri dei bramini, pieni di palazzi antichi e bizzarri, piazzette con piante enormi che fanno ombra, templi e nessun occidentale in giro. Pero’, per questo, anche nessun ristorante.

Preso dai morsi della fame ho finito per comperare due cosette fritte, che in India sarebbero da evitare. In verita’ erano buonissime (meglio di qualsiasi altra cosa abbia mangiato qui), pero’ bisogna augurarsi che l’olio in cui hanno fritto non fosse in uso da troppe settimane. Per ora lo stomaco non ha reagito malamente, per cui probabilmente mi e’ andata bene.

Ritornando verso il forte ho voluto provare una via diversa, e mi sono ritrovato per ben due volte di fronte a un lago (due laghi diversi). Erano insieme riserve d’acqua e ostacoli per il nemico. Tutti e due incantevoli, persino puliti (qui l’acqua e’ di solito sozza). Stavo facendo una strada ripida e mi aspettavo, alla sommita’, una svolta o una discesa, e invece mi sono ritrovato quasi coi piedi nell’acqua, col lago che strabordava leggermente e ne usciva un ruscello che scendeva per la strada. Io avevo visto il ruscello, ma quando vedi dell’acqua che corre pensi di solito a un tubo aperto, non a un lago che trabocca.

Attorno e’ tutto verde, rocce e mura di fortificazione. Nell’acqua un sacco di pesci e cormorani che pescano. Poi e’ arrivato un uomo che si e’ seduto e ha incominciato a buttare pasta di pane ai pesci. Sono stato li’ un bel po’. Poi sono uscito e ho preso un’altra strada che credevo mi riportasse nel forte. Invece sono finito sul secondo lago, molto simile al primo, ma con qualche bella architettura sui lati, e un sacco di gente a dar da mangiare ai pesci.

Ho poi trovato la strada giusta. Sono risalito al forte e sceso dal mio lato della citta’, quello del mercato. Poi, eccomi qui. Domani, Udaipur.

Un po’ di turisti europei ci sono, pero’ non tanti, e davvero si perdono nella massa strabordante dei locali. Persino al forte il rapporto era 1 a 10. Molti spagnoli, francesi, italiani, meno tedeschi e inglesi. Ieri seri ho fatto due chiacchiere con una coppia israeliana che si sta facendo un giro di quattro mesi, una settimana ogni posto. Quando ho chiesto che cosa trovano da fare tanto tempo nello stesso posto hanno riso, e hanno detto che di solito gli Israeliani stanno un mese in ogni posto, non una settimana: loro sono quelli veloci.

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Diario d’India. Da Jodhpur

Sono da poco arrivato a Jodhpur, e sono qui, un po’ sotto il forte, che ha l’aria di essere favoloso. Il viaggio e’ stato un po’ stancante: a Pushkar me l’hanno spacciato per un fast bus, e invece di fast non c’era proprio niente. Eravamo pigiati come sardine. Ha fatto tutte le fermate di campagna possibili, ha fatto tutte le stradine (persino sterrate) possibili. In compenso ho visto tanta campagna indiana, ora verde per il monsone, ma chissa’ come quando il monsone non c’e’.

Sul bus salivano ogni tanto delle file di donne che a me sembravano elegantissime, pero’ avevano con loro la zappa, e poco dopo ne ho viste altre al lavoro nei campi. Sembrano regine anche con la zappa in mano, eleganti anche nei gesti…

Alla fine Pushkar mi ha conquistato. Ho passato due giornate contemplative, con poca confusione (che ne avevo bisogno). Sono salito a un tempio su una collina, la mattina quando faceva piu’ fresco, e su c’era la brezza e un gran bel panorama. C’erano anche le scimmie, un’intera tribu’, a cui veniva data un sacco di roba da mangiare…

Ah, ieri l’altro, nel tempio di Brahma, ho visto una scena buffissima. Qualcuno ha dato una un macaco una caramellina bianca di quelle che si fanno benedire. Lui stava li’ con l’aria perplessa perche’ non riusciva a masticarla. La tirava fuori di bocca, la guardava, tornava a metterla in bocca. Pero’, evidentemente gli piaceva, perche’ improvvisamente ha fatto un salto, si e’ fiondato da una signora davanti all’altare, e le ha strappato di mano un intero sacchetto di caramelle, correndo subito dopo al sicuro. La signora ha fatto uno strilletto, e poi tutti si sono messi a ridere.

Ho anche intravisto le volpi volanti, ieri sera, quei pipistrelloni che arrivano a oltre un metro di apertura alare…

Adesso mi giro un po’ Jodhpur, e poi domattina salgo al forte.

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Diario d’India. Da Pushkar

Oggi cerchiamo di essere brevi. Qui la connessione va e viene (piu’ va che viene).

Questo e’ un bel posto, stranamente tranquillo per gli standard indiani. Il piccolo lago e’ incantevole, ed e’ indubbiamente una citta’ sacra, con tutta la gente che va a bagnarsi nel lago e a fare piccole cerimonie. In una mi sono lasciato coinvolgere anch’io, e bisogna dire che, di tutta l’India, questo e’ il luogo in cui ti intomellano meglio (lascio ai non bolognesi il compito di interpretare la parola – i bolognesi sanno). C’e’ stata persino una donna, che parlava un inglese discreto (fatto gia’ di per se’ notevole) che mi ha abbordato dicendo che non voleva soldi, ma latte per far crescere il bimbo che teneva in braccio (ultimo di 9, mi ha spiegato – ma gli altri non stanno in strada, che non va bene, oppure sono a scuola), e mi ha indicato il negozio dove prendere il latte. Ok, ho detto. Poi salta fuori che era latte in polvere del costo di 350 rupie, ma non potevo piu’ tirarmi indietro. Ci davo 70 elemosine da 5 rupie con quello. Almeno spero che il pargolo cresca robusto.

Il tempio di Brahma non e’ niente di che, se non fosse che e’ praticamente l’unico al mondo: nessuno adora Brahma, in India. E anche quando gli fanno un tempio, non si sprecano. Qui c’e’ perche’ il lago l’ha fatto lui, facendo cadere il petalo di un fiore (push) dalla mano (kar).

Ieri, poi, dopo aver visto tutta la carne esposta dai muslim, ho deciso che non posso farmi credere di essere vegetariano e ho colto la palla al balzo prima di arrivare in posti esclusivamente vegetariani. Cosi’ mi sono fatto un pollo tandoori e ho visuto un attimo di felicita’. Poi pero’ ero cosi’ stanco che alle 7 ero in stanza e alle 8 dormivo.

Stamattina ero qui a Pushkar alle 10 e ho trovato un hotel economico e carino, in un palazzo antico e con una bella terrazza.

Ho in programma di star qui due giorni. Solo che ho gia’ quasi terminato le cose da vedere. Cosa faro’? Ma non mi va proprio di ottimizzare il mio tempo viaggiando tutti i giorni. Mi stanco gia’ abbastanza cosi’.

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Diario d’India. Da Ajmer

Ecco. Sto scendendo verso sud. Adesso pero’ mi sono fatto furbo e cerco i bus veloci con le poltrone comode, anche se costano di piu’ (da Jaipur ad Ajmer ben 260 rupie, circa Euri 3,50, contro le probabili 150 del bus normale). Cosi’, alle 10.30 ero gia’ qui. Ho trovato subito l’albergo; pulito ma un po’ squallido, ma ci devo stare una notte sola. Domattina proseguo per Pushkar, che e’ vicinissima.

Qui sono venuto per vedere musulmani e jainisti. C’e’ un bel tempio jainista, ma soprattutto contiene uno straordinario diorama che illustra la concezione del mondo dei jainisti. Un oggetto tutto dorato, m.15×10, che va guardato attraverso delle finestre da un corridoio tutt’attorno, che prosegue per due piani. Anche perche’ c’e’ pure una parte aerea del diorama, con tante navicelle volanti a forma di anatra (e qui ci sta) o di elefante (e qui un po’ meno, ma sono bellissime). Ho fatto un sacco di foto. Prima o poi ne pubblichero’ qualcuna. Da qui e’ impossibile.

I jainisti sono una strana setta religiosa, una versione atea dell’induismo: c’e’ la reincarnazione e il samsara e il nirvana, ma non esistono ne’ gli dei ne’ nessun dio. E qui vivono fianco a fianco con i musulmani, per i quali questa e’ una citta’ sacra, perche’ contiene il santuario di un monaco sufi considerato santo, e ci sono un sacco di pellegrini. Il quartiere islamico attorno al santuario e’ davvero particolare. Ci sono persino le macellerie, che in India non avevo ancora visto. Senza frigo, ovviamente, ma con tanto di migliaia di mosche sulla carne esposta. Speriamo sia fresca.

Lo strano e’ che, dentro al santuario poi, la devozione islamica non era per nulla diversa da quella induista. Gente che si riposa, gente che gironzola o chiacchiera. Aree di musica, con raccolta offerte; e un’eccitazione crescente avvicinandosi al santuario, dove il samadhi e’ coperto di fiori, e ne vengono buttati sopra continuamente, portati come offerta dai fedeli. Uguale ai templi di Shiva insomma. Evidentemente il rito lo fa la cultura, e non la religione: stessi gesti, un senso di fondo differente.

Ancora piu’ bella e’ pero’ la rovina della moschea antica, XII secolo. Un merletto islamico costruito attorno a un cuore induista. Era anticamente una scuola di sanscrito (e la parte centrale e’ chiaramente in stile induista) che un conquistatore ha poi trasformato in moschea, aggiungendo parti. In seguito e’ stata abbandonata, ed e’ andata in rovina. Adesso e’ monumento nazionale, ma non e’ piu’ adibita al culto. Un luogo incantevole. Siccome sono un po’ stanchino, tra levatacce e camminate, mi sono seduto sulla pietra appoggiato a una colonna e addormento per un po’. Qui attorno ci sono colline rocciose, ed e’ un gran bel vedere.

Ora sono in un Internet point minuscolo, in un vicolo minuscolo di una via del bazar, pullulante di tutto come sempre. Qui la vita non manca, decisamente, e si fa sentire. Il livello di rumore e’ altissimo.

Ah, prima ho fatto un errore clamoroso. Uscendo dal santuario ho guardato per un’attimo una bambina (8-9 anni) che mi sembrava elegantissima. Un attimo dopo e’ venuta a chiedermi l’elemosina. Ho resistito un po’, poi le ho dato qualcosa. Un attimo dopo ero circondato di mendicanti, insistenti e insistenti, e molto appiccicosi. Non sapevo piu’ come fare. Qualcuno mi ha seguito per quasi mezz’ora. Se il principio e’: ogni volta che dai a uno ne arrivano otto, cosa succede se dai a otto?

 

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Diario d’India. Da Jaipur (ancora)

In effetti, un po’ dopo che ho scritto il post di ieri, e’ incominciata ad andare meglio.

Mentre giravo con l’aria un po’ persa e foirse un po’ stravolta, mi viene incontro un signore indiano di mezza eta’, e, con spiccato accanto bolognese, mi chiede: “Tutto a posto?”. Io lo guardo incredulo, e balbetto “Come?”. “Tutto a posto? Va tutto bene?” “Sss…i'” “E di che parte dell’Italia e’?” “Di Bologna” “Ah, io sono spesso a Bologna. Mio cugino ci abita. Io vado alle fiere. Venga che le faccio vedere i nostri gioielli e le offro un caffe’ Lavazza.”

Lo seguo, attratto piu’ dallo stupore per l’indiano-bolognese che dall’interesse per i gioielli, avvisandolo che comunque non sono interessato a comperare. In ogni caso, il negozio e’ in una posizione strepitosa, proprio di fronte al Palazzo dei Venti – e non si puo’ perdere l’occasione di un caffe’ italiano fatto con una macchinetta italiana.

Vengo presentato al cugino, che mi dice che abita a Bologna da vent’anni, e in effetti non gli manca ne’ l’accento ne’ il modo di fare da bolognese un po’ fighetto. Mi racconta che abita in via Castiglione, e sta sei mesi all’anno a Bologna e sei mesi a Jaipur, per curare la produzione. Mi fa vedere delle cose bellissime, dicendomi che le vende a tizio e caio (tutti nomi grossi): per quel poco che capisco potrebbe essere vero.

Beviamo il caffe’ promesso sulla terrazza (intanto e’ diventato Illy), e poi ancora un te’, e poi ancora un altro te’. Poi arrivano altri due bolognesi (veri, di Argelato), raccattati dal cugino che occhieggia gli italiani per strada. Dopo un bel po’ me ne vado.

E li’, rinfrancato dal Lavazza-Illy, incomincio a vedere un sacco di cose interessanti. E’ che nel frattempo sono anche arrivato alla zona del palazzo del Maharaja, e li’ c’e’ il bello. Ma il bello c’e’ anche nei vicoletti che faccio al ritorno, che e’ quasi buio. I palazzi sono tutti fatiscenti, come ovvio, ma spesso bellissimi.

Stamattina sono tornato in zona. Il palazzo del Maharaja e’ bello, ma di solito a me le residenze reali mi annoiano, e questa non fa eccezione. Per fortuna li’ di fianco c’e’ l’Osservatorio Astronomico fatto costruire da un maharaja alla fine del Settecento, che e’ un luogo di costruzioni metafisiche. Sembra di stare in un quadro di De Chirico, con tutte queste architetture geometriche che sono in realta’ gigantesche meridiane e altri strumenti per calcolare con precisione la posizione degli astri.

E, poco piu’ in la’ c’e’ il Palazzo dei Venti (ora non mi ricordo il nome indiano), questo palazzo che non e’ un palazzo, ma solo un luogo per le mogli del Maharaja, da cui potessero vedere la citta’ senza essere viste. Di fatto e’ una alta facciata tutta traforata di finestre, con quattro piani aperti, e attorno a questi un vero labirinto di stanze, terrazze e corridoi.

Il vero labirinto -assai piu’ consistente – lo vedo pero’ due ore dopo, quando, dopo aver preso un bus, e mangiato qualcosa, arrivo all’Amber Fort, sulla montagna vicino a Jaipur. Un sogno da mille e una notte, un castello incredibile gia’ da fuori. Ma poi, quando entri, l’intrico di stanze, corridoi, scale, rampe, torri, verande, terrazze, cortili, tunnel, giardini, padiglioni… e’ davvero al di la’ di qualsiasi aspettativa.

Un sacco di volte mi sono perso in questo intrico assurdo, ritrovandomi poi dove non pensavo di essere. E poi credevo davvero di averlo visto tutto – ma una volta uscito mi sono accorto di almeno una lunga balconata in cui c’era gente e io non ero stato.

Il palazzo e’ vuoto. Solo muri. I maharaja lo abbandonarono nel Settecento per trasferirsi in quello nuovo, giu’ in citta’. Ma secondo me ci hanno perso nel cambio. Anche il panorama attorno e’ spettacolare.

Fa caldo, ma non piu’ che a Bologna d’estate, anzi forse un po’ meno. Ma l’umidita’ e’ altissima, e io sudo sette camicie, pur avendone indosso una sola. Si puo’ immaginare il risultato.

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