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Ancora un altro me. Blog di poesia

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Del miracolo di Maddalena Bertolini

ho ancora dei figli e la
domenica dormono se piove
noi facciamo l’amore con l’acqua
che gronda ai lati del letto
sulla tua fronte lenta e dentro
alla mia festa. A questo matrimonio
fa bene bagnarsi ogni tanto
sollevare la testa, guardarsi
battezzati, i piedi uniti i
mattini con la bocca tremula
e quasi inodore del fiore lo stupore
della neve già bucata

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Davide

i miei vent’anni si sono alzati
tardi stamattina con la boscaglia in faccia
e scudi di paglia controsole. Ti verso
in una tazza il malumore e non ti guardo:
schiacci un messaggio, già sorridi, perso
come un rondone nell’esercito di maggio
i pantaloni lenti e il ciuffo anni ’60
(quando sono nata). Ti allontani
con in tasca le chiavi dell’auto e i miei
vent’anni. Adesso li possiedo adesso
tu li indossi e io ringrazio

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caduta

la montagna
seduta per terra mi fa salire
sulle ginocchia – le affondo
i ferri nel fianco le punte
dei tuoi occhi addosso

ricordo di essere caduta quel cielo
veloce e leggero il labbro del crepaccio
pronto al bacio precipitato – mi hai girato
cadevo mi ricordo pensavo sarò
fatta a pezzi da tale bellezza

mi hai girato amore mio come al
mattino mi sveglio con la faccia
nella neve del cuscino – il sangue
in bocca e l’urto del tuo volto
mozzafiato

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loro

il sole si è deciso ad appoggiarsi
al lago la guancia sulla pancia
esattamente come loro stesi
sulla riva di aprile.
Lui le tocca i capelli le allunga i rami
nell’acqua della pelle e lancia lenze:
vedi i fili calati tra gli amanti
e le scintille degli ami
quando abboccano. Anni
deliziosi e saporiti, anni profondi
anni futuri. Arriveranno
i fieri leoni di maggio.

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pSono quattro poesie tratte da una, di Maddalena Bertolini (Giuliano Ladolfi Editore 2012). Non posso fare a meno di stupirmi che questi piccoli gioielli (tra i molti altri che si trovano nella raccolta) siano stati scritti dalla stessa mano a cui sono dovuti gli articoli che trovate qui, così sbrodolanti retorica da non poterci credere, da lasciar pensare che l’una Maddalena Bertolini non possa essere l’altra – trattandosi magari solo di un caso di omonimia. Se le due Bertolini sono una sola, allora è davvero un miracolo come tutto si sia qui asciugato, prosciugato, come abbia abbandonato la retorica da predicatore ideologicamente monolitico (quelli che sanno cos’è la verità) che dilaga là (andare a leggere per verificare). Un miracolo della poesia, insomma.

Dimentichiamo il resto e concentriamoci sul miracolo, dunque. Un miracolo fatto di una metrica abbastanza tradizionale e di temi ugualmente tradizionali, ma affrontati con una ammirevole originalità di accostamenti e passaggi tematici, oltre a un gusto raffinato per le sonorità ricorrenti e per gli enjambement. Proprio grazie a questi ultimi, di quando in quando (come nella prima delle poesie qui sopra) troviamo un andamento quasi senza pause non lontano da quello della Rosselli, a cui la Bertolini si trova vicina anche per un certo amore per la ripetizione delle sonorità (quasi inodore del fiore lo stupore,   rami/amanti/ami/anni/anni/anni/arrviveranno…).

Spesso questi componimenti sono giocati attorno alla fusione tra due dimensioni diverse: i vent’anni del figlio con quelli della madre nella seconda; la montagna con l’uomo amato nella terza; il lago e il sole con gli amanti nella quarta. Più che di un’analogia, si tratta di una fusione/confusione, in cui i termini in gioco appaiono insieme distinti e coincidenti, con un inevitabile e riuscito effetto di sorpresa – non così forte da monopolizzare il campo (sennò il senso del componimento rimarrebbe tutto nella sorpresa) ma forte comunque a sufficienza da farsi notare, da incidere.

Se leggiamo il quarto componimento, c’è uno slittamento progressivo dalla scena naturalistica a quella umana alla riflessione all’evocazione. All’inizio è il sole sul lago, che si appoggia con un’analogia già umana (la guancia sulla pancia), così umana che sembra già rimandare alla coppia che entra in scena subito dopo. In questa coppia lei è di nuovo il lago, in cui lui le allunga i rami/nell’acqua della pelle e lancia lenze; per cui è piuttosto naturale che, subito dopo, agli amanti vengano a corrispondere gli ami, che scintillano quando abboccano. Ma ciò che si lascia pescare sono gli anni deliziosi e saporiti proprio come i pesci; gli anni profondi, come l’acqua del lago; gli anni futuri, come ciò che il gesto degli amanti promette – ma anche introduzione alla chiusa, a quel futuro di arrivare (arriveranno) che introduce a sua volta un’immagine di rigoglio coraggioso e forte, pieno di riferimenti al ben venga maggio / e ‘l gonfalon selvaggio del malizioso Poliziano…

Tutto questo fluisce insensibilmente, spinto avanti dal ritmo arcaico dell’endecasillabo (spesso più evocato che realmente presente) accostato al settenario (idem). Insomma, un bel gesto poetico, una capacità di rivitalizzare forme e temi consunti dalla tradizione attraverso accostamenti imprevedibili, eppure ugualmente sentiti come naturali. Una vita certamente non cittadina, quella evocata; ma non tutti vivono in città.

 

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