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Di una foto a Barcellona, e di ornamenti e delitti

Barcellona, facciata di una casa vicino all'Arc de Triomf

Barcellona, facciata di una casa vicino all'Arc de Triomf

Ho scattato questa foto, insieme a molte altre, a Barcellona, mentre quello che vedevo mi ispirava una riflessione sulle posizioni espresse nel 1908 da Adolf Loos, in un suo testo famoso e influentissimo, Ornamento e delitto (è un articolo breve; lo potete leggere interamente, per esempio, qui). Come è noto, la tesi di Loos, che sarebbe stata ben presto fatta propria e anche oltrepassata dalle correnti funzionaliste, era che sostanzialmente l’architettura (anzi, tutto il campo di ciò che oggi chiameremmo design) doveva fare a meno degli ornamenti, perché la sua bellezza si poteva (anzi, si doveva) trovare nei puri rapporti formali, quelli che esprimono le funzioni stesse dell’edificio o dell’oggetto. Il resto è un sovrappiù, e un sovrappiù colpevole, perché ci nasconde la realtà essenziale delle cose. L’architettura (e non solo) deve essere sincera, e trovare in questa sincerità la sua bellezza – mentre l’ornamento è un imbroglio, una falsità, un delitto, uno spreco di tempo, un diletto infantile, un’attitudine popolare e primitiva.

Non si può negare che la posizione espressa da Loos sia stata fertile, e che il funzionalismo abbia in seguito espresso numerosi capolavori, a partire dai lavori di Wright, Gropius, Le Corbusier… Ma siamo anche costretti a riconoscere che i medesimi principi, una volta applicati senza l’intelligenza di questi (e ancora molti altri) grandi maestri, hanno prodotto pure un intero universo di periferie di gelidi orrori; e che i principi dello stile internazionale si sono facilmente involgariti producendo mostri di cemento senza senso e senz’anima – nel complesso assai peggiori delle vezzose e superficiali case e oggetti ornati aborriti da Loos.

Loos aveva dunque torto? Sì e no. Certo, si può prima di tutto capire bene la sua posizione in un’epoca in cui il bello in architettura doveva essere ornato, e l’ornamento aveva certe regole e certe ricorrenze. Da questo punto di vista Loos aveva sicuramente ragione: l’ornamento non è necessario. E tuttavia la sua è, in fin dei conti, una posizione fondamentalmente aristocratica; e Loos, nel suo scritto, non lo nasconde affatto (anzi, a rileggerlo oggi, a un secolo di distanza, Loos finisce per restarci persino antipatico).

Creare degli edifici interessanti, notevoli, piacevoli da guardare e da vivere seguendo i principi del funzionalismo non è in realtà facile. Lo può sembrare per qualche decennio, sino a quando cioè l’assenza di ornamento appare alla gente come una novità, e l’assenza si nota in quanto tale: sino a quando, cioè, gli stili ornati restano la norma, l’assenza di ornamenti è la presenza di un’assenza, e un edificio senza ornamenti si trova ornato da questa assenza. Ma quando questo diventa a sua volta la norma, l’assenza è assenza e basta, anzi nemmeno quello, perché non c’è più una presenza di riferimento che la faccia sentire.

A questo punto, davvero, gli edifici restano gradevoli solo se sono stati costruiti con un gusto particolarmente sviluppato, e lo sono perché continuano a essere interessanti i loro rapporti formali. Ma gli edifici che godono di queste qualità sono davvero pochi! Solo i grandi architetti ne hanno prodotti.

È un po’ come dire che tutti sono capaci di tirare delle linee nere orizzontali e verticali su una tela, ma solo Mondrian riesce a farne dei capolavori. Solo che abbiamo molto più bisogno di case che di dipinti.

L’ornamento sarà pure accusabile di falsità (non sempre però, in verità), perché una casa ornata distrae l’attenzione dall’insieme richiamandola sui dettagli, cioè sugli ornamenti stessi – ma proprio per questo, è più facile costruire degli edifici il cui interesse resista un poco al tempo. Sarà magari un interesse nei confronti del curioso e del pittoresco – come spesso accade a Barcellona, dove mica tutti gli edifici sono stati progettati da Gaudí – ma è comunque un interesse che c’è, e rimane.

È che l’ornamento, nella sua infinita varietà, finisce per essere meno aristocratico perché le soluzioni accettabili, anche se magari nascondono errori maggiori, sono infinitamente di più di quelle che permette il funzionalismo. Sarà pure pittoresco, vernacolare, curioso, ma in qualche modo funziona.

E nel momento in cui ritorna, storicamente, a imporsi, produce a sua volta un effetto singolare, per cui anche lo stile funzionalista diventa esso stesso uno stile, cioè una forma di ornamento, e l’idea che la forma architettonica debba esprimere la funzione si rivela per quel grande bluff ideologico che è stata. Basta approfondire l’idea di funzione per capirlo e rendersi conto che tra le funzioni di un edificio e di un oggetto ci sono pure quelle simboliche, che non sono affatto meno importanti delle altre.

Nel fascino di Barcellona c’è anche il fatto che la città sembra avere saltato proprio quella fase, quella del funzionalismo. Non del tutto, in verità, specie nei suoi aspetti peggiori – ma sono le cose che si notano meno. Perché a Barcellona c’è un sacco di architettura moderna che si fa notare: c’è quella che precede o ignora l’anatema di Loos, con Gaudí e il modernismo catalano in testa, e c’è quella che segue il tramonto dell’ideologia formalista, quella che si è resa conto che l’ornamento ci può benissimo essere, se serve, ma che non siamo limitati al campionario degli ornamenti storici, e possiamo sbizzarrirci a inventare qualsiasi cosa, purché se ne possa comprendere il senso, purché ci faccia sognare, purché ci faccia sentire parte di qualcosa che vive, e che comunica se stesso.

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3 comments to Di una foto a Barcellona, e di ornamenti e delitti

  • claudio stassi

    peccato non esserci incontrati. Condivido totalmente la tua analisi sull’architettura catalana.

  • Leila

    Rischio e mi addentro in terreni che non governo. E’ che mi attirano queste riflessioni. Leggendo il post pensavo quanto segue.

    Vero è, forse, che le forme estetiche o filosofiche, o i modelli che ci servono per vivere, hanno senso, si direbbe, finchè servono a suggerire a noi “passanti” (passanti per strada, ma anche nel senso che la nostra durata per fortuna è inferiore a quella di tanti edifici e teorie) qualcosa che metta in moto la nostra testolina. Forse quello che conta è sì, che vi siano “contenuti” e forme corrispondenti, ma vi è un valore in sè nel fatto stesso che i contenuti siano nuovi. E’ come se di volta in volta ci abituassimo alla “bellezza”, come se, anche senza sporcarla, banalizzandola nei manerismi, dopo un po’ non ci funzioni più. Non ci fa più mettere in moto il pensiero. O forse dovrei dire il desiderio. Occorre uno stacco. Occorre il cambiamento.

    Un po’ per gioco e un po’ per davvero vorrei vedere cosa succede ad applicare una parte delle tue parole, che condivido, alla poesia. Chissà che non si trovino suggerimenti utili . Magari ad un cambiamento?
    In fondo non stiamo ancora provando a scrivere poesia riducendo al minimo indispensabile l’ornamento? Come se nel minimo risaltasse di più quell’indispensabile.
    E ci piace. Ma ora che questo sembra diventare la norma…
    Di già? O abbiamo ancora del margine?

    “Creare degli edifici interessanti, notevoli, piacevoli da guardare e da vivere seguendo i principi del funzionalismo non è in realtà facile. Lo può sembrare per qualche decennio, sino a quando cioè l’assenza di ornamento appare alla gente come una novità, e l’assenza si nota in quanto tale: sino a quando, cioè, gli stili ornati restano la norma, l’assenza di ornamenti è la presenza di un’assenza, e un edificio senza ornamenti si trova ornato da questa assenza. Ma quando questo diventa a sua volta la norma, l’assenza è assenza e basta, anzi nemmeno quello, perché non c’è più una presenza di riferimento che la faccia sentire.”

    • Sicuramente ci abituiamo, e non solo alla bellezza. Quello che per noi è normale, nemmeno lo vediamo, nemmeno lo notiamo (ci sono belle osservazioni di Wittgenstein su questo). La novità permette di vedere le cose che non vedevamo più.
      Quanto all’ornamento in poesia, la questione è intrigante, ma mi sembra ancora più problematico che in architettura che si possa definire un funzionalismo. Almeno là ci sono alcune funzioni che sono innegabili (un edificio deve star su, dev’essere abitabile o comunque utilizzabile per i suoi scopi ecc.), ma non ci sono funzioni innegabili di un componimento poetico. E se non posso definire che cosa sia strutturale, come faccio a decidere che cosa è ornamentale?
      Però, intuitivamente (e questa intuizione andrebbe indagata) resta del vero in quello che dici, e sicuramente la poesia del Novecento è andata verso una sorta di scarnificazione, di riduzione a qualcosa di essenziale. Già non ne possiamo più? Forse. È che in verità in poesia ci sono stati gli stili “scarnificanti” ma anche quelli “ornati”, seppur (per fortuna) con ornamenti diversi dai precedenti. Persino Laborintus di Sanguineti dovrebbe stare tra questi secondi, secondo me.
      Mah. Diciamo che forse il criterio dell’ornamento sì o ornamento no non si attglia alla dimensione poetica. Mentre la problematica del nuovo e del nuovamente visibile è certamente importante anche qui – ma forse trova percorsi diversi per esprimersi.
      Ciao

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