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Ancora un altro me. Blog di poesia

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Del soggetto come costruzione, e dell’io in poesia

Nel post di lunedì scorso parlavo della visione del soggetto come costruzione di segni, un interno che in realtà è un esterno, nonché dell’io, o autocoscienza, come una sovrastruttura di questo soggetto, in cerca di un’impossibile auto-coerenza. Citavo al proposito Peirce e Lacan, ma poi potrei citare anche altri, più vicini a noi.

Questa visione del soggetto e dell’io si oppone, evidentemente, a quella antica e a quella cartesiana, che, in vario modo, contrappongono una res extensa, il mondo, la natura, a una res cogitans, l’autocoscienza, la mente. Questa dicotomia non esiste: la boutade di Rimbaud, “Io è un altro”, è preoccupantemente vera. Essere alienati, per Lacan, è non rendersene conto, e pensare di possedere davvero un’arena interna di cui si è padroni.

Ora la domanda è: la poesia può, o magari deve, recepire questa posizione rispetto all’io? Che senso ha parlare di lirica, cioè di espressione dell’io, se l’io è un’illusione? E chi ancora scrive lirica sta davvero sbagliando tutto? Oppure in che senso ha ancora senso scrivere lirica? Quando Alfredo Giuliani parlava di riduzione dell’io (come “l’ultima possibilità storica di esprimermi soggettivamente”) stava parlando di questo?

Proseguendo con le perplessità. La posizione di Peirce e Lacan non è storica. Il soggetto è sempre stato una costruzione, anche al tempo di Saffo. Questo vuol dire che la lirica greca è uno sbaglio? Presumibilmente no. Saffo scriveva, ovviamente, basandosi sulle convinzioni del suo tempo. Ma per noi, oggi, che lo sappiamo, allora la lirica è uno sbaglio? E se un poeta non ha studiato filosofia, e non sospetta nulla di tutto questo, continuando a crogiolarsi nella dominante vulgata cartesiana, è già solo per questo un cattivo poeta? Presumibilmente no, ma forse sarà un poeta un po’ anacronistico, o forse ci lascerà la facoltà di interpretarlo come se scrivesse da dentro l’illusione, come se potessimo ancora crederci davvero.

E cosa vuol dire, oggi, scrivere poesia essendo consapevoli della relatività del soggetto, e della superficialità alienata dell’io? C’è una forma specifica di questa post-lirica?

Aggiungiamo che, se l’io è un’illusione, allora si tratta di un’illusione progressivamente sempre più dominante in Occidente, di cui tutti in misura maggiore o minore, siamo vittime, anche quando dell’illusione siamo consapevoli. Una poesia che agisca dentro l’illusione, rendendone conto, ma senza consapevolezza del suo essere tale, sarà accettabile? Oltre certi limiti è certamente anacronistica, come dicevamo sopra (il che non significa, di per sé, che sia cattiva poesia); ma parlare dell’io è comunque anacronistico? Forse se la poesia ci permette di essere letta come se (nei termini di cui sopra) allora l’anacronismo scompare, o almeno si riduce?

Certo, gran parte della lirica del passato appare, se vista con questi occhi, ingenua. Ma tale, se ci leviamo il paraocchi dell’adorazione feticistica del passato, ci appare anche la statuaria della Grecia antica. Ma questo non toglie nulla alla grandezza di Fidia, che va comunque valutato pensando al suo tempo, e non si può trasfondere così com’è nel nostro. Ne era ben consapevole persino Antonio Canova, le cui capacità tecniche sono paragonabili a quelle di Fidia, e che viveva in un’epoca in cui riproporre il classicismo aveva senso; ma Canova sapeva benissimo che una bella statua neoclassica andava comunque interpretata in un modo differente da una bella statua classica – e che parte della differenza stava proprio nella perdita irreparabile di un’ingenuità.

Sul soggetto, oggi, non siamo più ingenui. Possiamo perdonare i poeti che continuano ad esserlo? E se possiamo, in che misura li possiamo perdonare? Certamente non del tutto. L’ignoranza, almeno in qualche misura, va pagata.

(altre riflessioni, di tono un po’ diverso, ma sullo stesso tema, si trovano qui)

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7 comments to Del soggetto come costruzione, e dell’io in poesia

  • Però tutta questa discussione ne presuppone un’altra: fino a che misura il poeta ha il dovere di essere criticamente autoconsapevole e fino a che punto, invece, può presumere di poter lasciare lo Zeitgeist libero di manifestarsi? Detto altrimenti: davvero “bisogna essere assolutamente moderni”, per riprendere un’altra famosa uscita di Rimbaud?
    Ultimamente ho intervistato Stefano Bollani e gli ho chiesto che cosa risponderebbe a un ragazzo alle prime armi, che volesse sapere da lui dove sta andando il jazz oggi. La sua risposta è stata, più o meno: “E’ un problema si pongono i critici e i giornalisti, ma che io non mi pongo: piuttosto, mi chiedo che cosa io ho voglia di fare, oggi. Tanto, dove sta andando il jazz oggi, lo capiremo tra vent’anni, come minimo”.

  • No, non sto parlando di dichiarazioni di poetica, se non quella poetica implicita che si esplica scrivendo poesia (ma che essendo implicita gode inevitabilmente di una certa dose di ambiguità), e le letture che ci formano le antenne che finiscono per essere l’unico strumento di giudizio non ideologico (o meno ideologico) sono indubbiamente cruciali.
    Il mio problema è che proprio le mie antenne sentono questa questione del soggetto e dell’io come parte dello zeitgeist, e quindi destinata a saltare fuori in quello che scrivo. E questo è certo una conseguenza del fatto che mi sono formato leggendo Peirce e Nietzsche e che di conseguenza sono facilmente influenzabile dal Lacan e dal Foucault che sto leggendo ora. Però non mi sembra che questa percezione riguardi solamente me, indipendentemente dalla volontà di essere “assolutamente moderni”.

    In ogni caso, sto tornando ripetutamente sul tema (anche perché nel frattempo la mia posizione si sposta; insomma, le mie idee si fanno più chiare – o così mi sembra, ma magari mi sbaglio e in realtà si confondono ulteriormente). Altre puntate della saga (questo è un promo!) i prossimi lunedì.
    db

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