Di un vecchio sonetto e delle sue angosce

 

Questa vita mortal, che ‘n una o ‘n due
brevi e notturne ore trapassa, oscura
e fredda; involto avea fin qui la pura
parte di me ne l’atre nubi sue.

Or a mirar le grazie tante tue
prendo: ché frutti e fior, gelo ed arsura,
e sí dolce del ciel legge e misura,
eterno Dio, tuo magisterio fue.

Anzi ‘l dolce aer puro, e questa luce
chiara, che ‘l mondo a gli occhi nostri scopre,
traesti tu d’abissi oscuri e misti.

E tutto quel che ‘n terra o ‘n ciel riluce,
di tenebre era chiuso, e tu ‘apristi;
e ‘l giorno e ‘l Sol de le tue man son opre.

.

pQuesto sonetto è parte delle Rime di Giovanni Della Casa, pubblicate postume nel 1558. È un testo che mi è molto caro, e vale la pena di osservarlo da vicino. Non è tanto il tema ad affascinarmi, quanto il modo poetico in cui l’autore lo affronta.

Un poeta italiano che scriva sonetti a metà del Cinquecento non si può sottrarre alle regole del perarchismo, e alla sua calibrata, classicistica, misura. Un sonetto petrarchesco o petrarchista può anche raccontare le più turbinose passioni dell’animo, le più sublimi ascese della passione, e tuttavia, proprio per il modo in cui è fatto, qualsiasi cosa esso racconti ci apparirà come inquadrata in una tranquilla e rassicurante cornice. Lo schema regolare delle quartine e delle terzine, con le loro rime obbligate, a cui si aggiungono i requisiti ulteriori dello stile petrarchista, è un’inevitabile rappresentazione del mondo in termini secondo i quali tutto è già composto e risolto, e ogni tensione che ne sia oggetto di discorso vi appare inevitabilmente sistemata nella posizione che meglio le si addice.

Una forma chiusa e perfetta, meravigliosa nella sua capacità di compensare e contenere i mali del mondo, risolvendoli in compassata contemplazione.

Il sonetto di Giovanni Della Casa non sfugge alle regole del gioco, e tuttavia nemmeno le rispetta sino in fondo. Il sistema degli accenti (che evita sistematicamente quello di settima sillaba) e quello delle rime (tutte in qualche modo imparentate tra loro) sono tranquillamente petrarcheschi, così come la progressione complessiva del discorso…

Ci sono però troppi e troppo cruciali enjambement. Tre versi su quattro nella prima strofa e uno ciascuna nelle due successive, sono tutti fortemente inarcati. L’enjambement crea una frattura tra l’organizzazione metrica e quella sintattica che non è prevista (se non in minime dosi) dal paradigma petrarchista. Questa frattura incrina il senso di risoluzione e compiutezza che l’insieme del testo deve produrre. L’espressione che prosegue oltre la fine del verso ci costringe a una sorta di sporgersi sull’orlo dell’abisso che non viene recuperato dalla regolarità della struttura, perché qui è proprio la struttura a inarcarsi, a imbizzarrirsi, a negare per un attimo il compimento rassicurante della forma.

Certo, Della Casa non è in grado di arrivare sino in fondo. I suoi enjambement sono frequenti all’inizio del componimento, per farsi rari e infine scomparire man mano che ci si avvicina alla fine. L’angoscia, l’inquietudine della non risoluzione ritmica viene suggerita insistentemente all’inizio, ma dimenticata alla fine (magari coerentemente con la progressione narrativa dall’angoscia personale alla gioia collettiva della contemplazione divina). Il finale è infatti tornato alla norma, all’inquadramento formale, al quadretto rassicurante (duecentocinquant’anni dopo – però duecentocinquanta! – Ugo Foscolo potrà permettersi di osare molto di più).

Ma è già straordinario, per la sua epoca, che Della Casa sia riuscito ad arrivare sin qui, a suggerire questa tensione iniziale, questa insistita assenza di risoluzione a fine verso. Il quadro petrarchista è rigido, sì, certo; ma proprio per questo basta appena un accenno per metterne in crisi l’effetto rassicurante, e suggerire il salto nel vuoto.

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