Recensioni d’annata, 1993. Pistolero stanco ma multietnico

Pistolero stanco ma multietnico
Il Sole 24 Ore, 4 aprile 1993

 

La definizione “western psicologico” può sembrare quasi un ossimoro: l’approfondimento interiore è di solito infatti un tema piuttosto estraneo a questo genere, quali che siano stati o che siano i media in cui trovava o trova espressione. D’altro canto, l’approfondimento psicologico non è in generale appannaggio dell’epica, antica o moderna che sia, e il western è certamente un tipo di epica moderna.

Neppure nel fumetto popolare italiano l’esplorazione psicologica dei personaggi ha mai costituito un tema particolarmente centrale. Tantomeno, quindi, nel western italiano a fumetti. Personaggi tutti d’un pezzo, buoni o cattivi, seri o ridicoli che fossero, si sono sempre presentati al pubblico come entità monolitiche e preformate, istanze narrative ben chiare e definite, con il proprio ruolo e la propria missione. Tra i personaggi che hanno allietato le letture semiclandestine di molti ragazzi e adolescenti italiani degli anni dai Trenta ai Sessanta si ricordano Pecos Bill, il Piccolo Sceriffo, Blek Macigno, Capitan Miki, tutti recentemente riproposti in nostalgiche ristampe per amatori. Più avanti sarebbe arrivato Zagor, lo “spirito con la scure”, pubblicato da quelle stesse edizioni Bonelli cui appartiene il più amato dei personaggi a fumetti italiani, il ranger Tex Willer.

Poca psicologia e molta azione, indiani ora cattivi ora buoni (sempre più buoni con il passare degli anni), congiure e agguati sventati, mandrie scortate al mercato, talvolta un pizzico di stregoneria: ingredienti per confezionare prodotti seriali ora più ora meno gradevoli. Qualche serie va ricordata per puro dovere di cronaca; qualche altra per aver saputo mettere su carta l’immaginario avventuroso di diverse generazioni di italiani.

Sicuramente il nome di Ken Parker è meno noto dei precedenti alla maggior parte dei lettori del nostro paese, e non solo per il fatto di essere nato nella seconda metà degli anni Settanta. La serie Ken Parker era pubblicata dalle edizioni Bonelli, ma era diversa anche graficamente dagli albi di Tex, Zagor ecc. Gli autori, Giancarlo Berardi per i testi e Ivo Milazzo per i disegni, la curavano sotto tutti gli aspetti, anche nell’organizzazione grafica, e proseguirono per quasi cinque anni a pubblicare mensilmente nuovi episodi. Poi, l’impegno richiesto si rivelò eccessivo per la cura e l’attenzione che gli autori ci mettevano, nonostante i collaboratori fossero intanto aumentati, e la serie editoriale chiuse.

Non chiuse però la serie narrativa, e nuovi episodi continuarono a uscire su riviste cosiddette di fumetto d’autore per numerosi anni, pur con una cadenza abbastanza blanda. Nel frattempo le ristampe della serie originale si sono susseguite – l’ultima è tutt’ora in corso – pubblicate non più dalla Bonelli ma da una nuova casa editrice, costituita dagli stessi autori, la “Parker Editore”. E questa stessa casa editrice, qualche mese fa, ha finalmente dato alla luce una nuova rivista, Ken Parker Magazine, che assieme ad alcuni recuperi di bel materiale classico americano e francese, ci presenta una nuova serie del personaggio.

Limitarsi a dire che Ken Parker è un western atipico non rende giustizia a questa serie. La definizione “western psicologico”, per quanto paradossale e ossimorica appaia, può essere una buona prima approssimazione. Ma da sola non basta a dare un’idea della ricchezza di temi delle storie: senza perdere affatto il senso mitico del West, sfondo costante di ogni racconto di questo genere, Berardi e Milazzo ci raccontano infatti la vita quotidiana dell’Ottocento americano, la politica e i contrasti sociali, le differenze ambientali e culturali tra il nord e il sud, tra l’est e l’ovest. Il tutto, sempre popolato da personaggi a tutto tondo.

E’ interessante, per esempio, come Berardi e Milazzo riescano a dare nuova vita ai numerosi stereotipi che popolano la scena dei racconti del West: il pistolero, il mandriano, il proprietario terriero con pochi scrupoli, il pioniere, l’ufficiale di cavalleria, l’indiano buono, l’indiano cattivo, la maestra, la donnina allegra, il bandito, il cacciatore di taglie, la brava moglie, la guida indiana, lo scout… Per ciascuna di queste figure la rappresentazione stereotipica è continua occasione di indagine e approfondimento psicologico, è il punto di partenza, la base su cui costruire delle storie. Compaiono inoltre personaggi e situazioni desuete per il genere western, di fronte ai quali i motivi più tipici si stagliano per contrasto ancora di più; come nella breve serie di episodi in cui Parker arriva in una grande città dell’Est, civile e moderna come lo potevano essere le città europee del secolo scorso. In quel contesto l’uomo della frontiera si muove come un pesce fuor d’acqua, e lo sviluppo degli eventi lo vede goffo e impacciato, alle prese con una realtà che non è la sua – coinvolto anche in uno sciopero, in cui la durezza della lotta sindacale di quegli anni appare curiosamente irreale a confronto con la durezza mitologizzata della vita del West.

Temi assolutamente contemporanei sono ben riconoscibili negli sviluppi narrativi di questo western revisionista: lotta sindacale, ecologismo, animalismo, difesa dei diritti umani, antimilitarismo, problemi razziali e differenze etniche. Ma  anche se il West di Berardi e Milazzo si rivela come una splendida arena per metafore della contemporaneità, tutti questi motivi emergono con naturalezza all’interno di storie che non hanno mai l’aria di essere costruite apposta per esporli. Le storie sono prima di tutto intrecci fascinosi e godibili; mai espliciti discorsi ideologici.

A questo proposito, Ken Parker ha presentato fin dall’inizio una quantità di aspetti innovativi anche dal punto di vista del modo di raccontare. Abolizione di didascalie e di “balloon di pensiero”, ispirata a un realismo di matrice cinematografica. Un tratto grafico veloce e conciso, adatto a una lettura centrata sugli eventi, ma pregnante a sufficienza da non far dimenticare che si tratta di un fumetto. Un ritmo narrativo sempre giustamente cadenzato, di solito abbastanza lento da permettere al lettore di immergersi appieno nella situazione – con abbondanza di dettagli ed eventi marginali, che, anche quando non contribuiscono direttamente alla storia, interessano e divertono.

Con la nuova rivista, Berardi e Milazzo riprendono finalmente oggi l’intensità di questo discorso narrativo, mai abbandonato, ma certamente allentato negli anni trascorsi dalla chiusura della prima serie.

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