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Recensioni d’annata, 1993. Bilal che bell’anacronismo

Bilal che bell’anacronismo
Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 1993

Quando, circa dieci anni fa, la rivista Alter Alter pubblicò anche in Italia “La fiera degli Immortali”, dell’autore francese Enki Bilal, il mondo dei lettori di fumetti fu attraversato da un brivido. È vero che Bilal era già ben conosciuto nel nostro paese, poiché molte sue produzioni erano state pubblicate su quella stessa e anche su altre riviste. È vero che il futuro di disfacimento, di anarchia e autoritarismo al tempo stesso, in cui la vicenda era ambientata era quasi un luogo comune nelle produzioni, specialmente francesi, di quel periodo. Ma la storia di Bilal mostrava una capacità sia narrativa che grafica e un’inventività nell’individuare gli elementi del gioco davvero non comuni. E giustamente qualche mese fa la rivista Il Grifo l’ha ripubblicata, così da farla conoscere anche ai lettori che allora erano troppo giovani per poterla apprezzare.
L’ambiente della storia è una Parigi del prossimo secolo, fortezza miserabile separata da un mondo ancora più miserabile, sofferente dei postumi di una catastrofe nucleare. Fortezza nella fortezza, il luogo del potere, detenuto da un dittatore fascisteggiante, mentre per le vie della città l’anarchia viene appena smussata da una polizia tanto brutale quanto inutile. In questo contesto la coincidenza di due eventi straordinari dà inizio alla storia.
Il primo è il ritorno dallo spazio di una navicella partita cinquant’anni prima, da cui viene catapultato fuori un astronauta surgelato, che si sveglierà nel nuovo ambiente, del tutto ignaro di quanto gli è successo e delle trasformazioni avvenute in sua assenza nel mondo. Il secondo evento è l’arrivo di un’astronave aliena, a forma di piramide, abitata dagli Immortali, ovvero dagli dei della mitologia egizia – una fermata tecnica, dovuta sia alla mancanza di carburante (e il rifornimento viene domandato-imposto al governante di Parigi) sia a una feroce lotta intestina, che vede contrapposto Horus, il dio dalla testa di falco, agli altri dei. Horus fugge e scende in città, nascondendosi nel corpo di Alcide Nikopol, l’astronauta, alieno ormai non meno di lui. Tra i due si crea così un sodalizio, che porta sì Nikopol a rovesciare il governatore e ad assumere il potere, ma anche alla pazzia: troppi e troppo diversi dal suo modo di comprendere il mondo sono gli eventi che gli accadono. Finirà per prendere il suo posto di comando il figlio-sosia, identico al padre anche per età, visti gli anni passati in ibernazione da quest’ultimo.
Nel 1986 Bilal ha scritto un seguito alla “Fiera degli Immortali”. Ne “La donna-trappola”, un Nikopol che ha riacquistato una precaria stabilità mentale, ora unito ora separato da Horus, vive un’angosciosa storia d’amore e allucinazione con una giornalista venuta dal futuro, in preda a visioni omicide a causa di un dosaggio sbagliato di medicinali. Come sfondo l’intera Europa, focalizzata su Berlino, una città in guerra costante.
Ed ecco, finalmente, dopo altri sei anni, una terza e forse conclusiva parte della saga. “Freddo Equatore” è stato da poco pubblicato a Parigi da Les Humanoides Associés, e in Italia ha iniziato una pubblicazione a puntate (poche e corpose, sembra, a giudicare dalla prima) sulla rivista Il Grifo. Protagonista, almeno all’inizio, non è più Nikopol, ma suo figlio, alla ricerca del padre attraverso un’Africa popolata di animali senzienti.
Nell’attuale contesto del fumetto in Italia, dominato dalla produzione americana, nonostante la sua incipiente crisi, e dalla crescita delle produzioni giapponesi, l’opera di Bilal appare un po’ come un prezioso anacronismo. Anacronistica appare un po’, oggi, tutta la produzione francese, ma l’appellativo di “prezioso” si addice a ben poche opere.
Questo “Freddo Equatore” si inserisce per molti aspetti nella migliore tradizione degli Umanoidi Associati, una tradizione iniziata verso la fine degli anni sessanta e che ha avuto nei settanta la sua massima espressione, per poi adagiarsi progressivamente nel corso del decennio successivo, contestualmente alla crisi dell’intero fumetto francese. Facevano parte del gruppo autori come Moebius, Druillet, Forest, Tardi, Dionnet, tutti ben noti in Italia, almeno prima che cambiasse la tendenza e il successo editoriale del fumetto non venisse ricostruito su nuove basi, tanto poco francesi quanto prima lo erano.
Enki Bilal, un po’ più giovane degli altri, comparve sulla scena degli Umanoidi qualche anno dopo gli inizi, ma con un’immediata notorietà. Mentre Moebius e Druillet stavano ancora distruggendo la forma-racconto tradizionale, costruendo fumetti in cui la storia era spesso solo un tortuoso pretesto per mettere a fuoco relazioni tra zone remote dell’immaginario collettivo, Bilal aveva già ripreso a raccontare davvero, ma con lo spirito di chi viene dopo la rivoluzione, e ritiene sia ora di ricostruire, una volta che si è imparato che cosa era stato giusto distruggere. Anche dal punto di vista grafico, alla leggerezza di Moebius e ai barocchismi di Druillet, Bilal contrappone uno stile solido e materiale, un disegno narrativo fino in fondo.
Forse proprio per questa sua diversità, le storie di Bilal hanno avuto le caratteristiche (ora più ora meno rilevanti) di “preziosi anacronismi” sin dall’inizio. Testardamente consistenti quando dominava l'”immaginazione al potere”, appaiono oggi come oggetti di inusuale densità e conclusività, di fronte ai modelli di narrativa seriale che vanno per la maggiore. Ma forse proprio per questa loro persistenza della diversità non condividono l’impressione che gran parte dei grandi classici autori francesi, Moebius in testa, provocano da qualche anno con le loro nuove storie: l’impressione cioè di arrivare da un’epoca conclusa, continuando a ripetere modalità espressive di cui noi lettori ci domandiamo – e solo di quando in quando – se davvero hanno ancora senso per la nostra sensibilità di oggi.
I fumetti di Bilal non sono mai stati una lettura facile – il disegno è complesso, il testo verbale è abbondante, le vicende sono intricate. Continuano anche oggi ad avere però lo spessore e la profondità del grande romanzo, quello che si produce in un’epoca e ne è chiaramente figlio, ma si continua a rileggerlo con gusto anche dopo molti anni che quell’epoca è tramontata.

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