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Dell’autobiografismo nel fumetto e di Joe Matt

Joe Matt, "Al capolinea" (Coconino Press) pp.50-51

Joe Matt, "Al capolinea" (Coconino Press) pp.50-51

Be’, sì, lo confesso. Questo Al capolinea di Joe Matt mi fa un po’ impressione. Non perché sia brutto. Tutt’altro. Molto ben disegnato. Molto ben raccontato. Molto crudo, molto duro, impietoso, senza veli… Tutto benissimo.

Il problema è che ho sempre più problemi con l’autobiografismo nel fumetto (e anche altrove in verità) e Joe Matt ne è indubbiamente il campione. In particolare, questo libro disperato sulla masturbazione e sull’ossessione sessuale (tragicamente autoerotica) mi appare a sua volta come una prolungata masturbazione, seppur mentale. Il protagonista parla da solo, o con un paio di amici con i quali continuano a uscire i medesimi temi di conversazione, e sembrano espansioni di lui stesso.

Uno di questi amici è Chester Brown, recentemente autore di un libro (Io le pago) ugualmente autobiografico e ugualmente sul tema di una problematica erotica. Ma almeno Chester Brown affronta un problema che non riguarda solo lui, e ci sono tanti altri personaggi in gioco nella sua storia. L’autobiografismo c’è, indubbiamente, ma c’è anche dell’altro.

Ora, naturalmente anche la storia di Joe Matt può essere presa (e va certamente presa) come una storia esemplare, e Matt, parlando di sé, sta parlando di tanti altri come lui, e un po’ di tutti. E questo va benissimo. E in questo è bravo, capace, spesso profondo e senza remore. Ma alla fine uno si domanda se è davvero tanto importante questo io che ciascuno di noi si porta addosso da renderlo l’unico protagonista di una storia senza uscita.

È tutta colpa di Robert Crumb, mi verrebbe da dire, almeno per quello che riguarda il fumetto americano. E a Robert Crumb è esplicitamente dedicato il libro di Joe Matt. L’underground aveva il dovere morale di far qualcosa di diverso dal fumetto mainstream, e in particolare da quello di supereroi. Non c’era una sola strada possibile, e ne sono state percorse tante diverse, accomunate dall’irriverenza. Persino lo stesso Crumb ha indicato molte strade; e tra queste, certo, pure quella dell’autobiografismo, del ripiegarsi sull’interiorità (magari in versione paradossale) per evitare di cadere nell’esteriorità spettacolare.

Crumb aveva ragione, e ha fatto epoca, creando un esercito di imitatori, tra scarsetti e bravi, talvolta quanto e persino più di lui. Ma sono passati quasi cinquant’anni dalle sue prime mosse, e il fumetto americano che vive fuori dal mainstream è diventato maturo e colto. Non ha più bisogno delle stampelle. Non ha più bisogno di differenziarsi dal fumetto di supereroi. È già, per sua natura, un’altra cosa.

È per questo che di autobiografismo non se ne può più. L’abbiamo avuto ormai in tutte le salse, di buona e cattiva qualità. Siamo stanchi. Lo si tollera quando appare come un veicolo di altro, del fantastico in David B., del paradossale in Daniel Clowes (dove peraltro l’autobiografismo è sempre falso, e parodiato), o magari del sociale in Chester Brown (almeno qualche volta).

Non è che si debba gridare “arridatece l’avventura!”. Non è certo quello il punto. Non è una gara tra intimismo ed esotismo. Ma l’io non è tutto. A volte è un quasi-niente. È a gonfiarlo come un pallone che si produce questa insofferenza.

p.s. Avevo già scritto queste parole quando ho visto che Andrea Queirolo esprime un sentimento molto simile al mio nel suo blog. Da leggere.

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16 comments to Dell’autobiografismo nel fumetto e di Joe Matt

  • Renato Pallavicini

    Sì, è vero: di autobiografismo non se ne può quasi più. Non solo a fumetti, del resto (la letteratura nostrana che va per la maggiore ne è piena ed è altrettanto insopportabile). In questi giorni sto lavorando a un paio di incontri-conferenze sul tema «graphic novel» e «graphic journalism» e la gran massa di uscite di questi ultimi anni è davvero strabordante, e sembra annichilire tutto il resto. In fondo, perché no: aridatece l’avventura! aridatece il fumetto. Senza «graphic» e senza ma.

  • non l’ho letto, ma mi trovo in disaccordo sul “non se ne può più” e “siamo stanchi”.. perché se può esser vero che la produzione riguardo a questa tematica è aumentata, e che alcuni coscientemente possono pensare o aver pensato di dedicarsi a questa tematica solo perché di moda, non si può certo imporre a un fumettista – quell’ensemble scrittore e disegnatore, quello underground, quello sincero e genuino – di dire “quello che non vuole dire e quello che non deve dire”, nel senso che, come penso tutti i “graphic novelisti” (come gli scrittori), un fumettista progetta e realizza opere di questo tipo perché hanno “bisogno di dire qualcosa”, per questo sono dislocati dal mainstream, non operano per la specifica industria commerciale (anche se il punto è questo, che ci finiscono dentro), ma operano per dire qualcosa che reputano importante anche se ad alcuni può sembrare pretestuoso o banale.

    leggere ..”sono letture vuote che non hanno nessuno scopo e che non conducono il lettore da nessuna parte..” da Andrea Queirolo, riguardo a opere come Blankets (ho letto solo quella, di quel gruppetto citato, quindi parlo da ignorante) mi sembra davvero assurdo! io Blankets l’ho trovato tutto meno che “vuoto”! può interessare o non interessare, piacere o non piacere, ma non si venga a dire che sia vuoto, perché io trovo invece che riesca a rendere interessante piccolezze della vita quotidiana, problematiche adolescenziali e pure di vita adulta, a muoversi molto bene nella narrazione, a saper scegliere il momento in cui infilare un flasback o quello in cui giocare e significare con il disegno, ecc…

    tornando al generico, capisco che, come in tutti i campi, ci siano gli estremisti, quelli che esagerano e pompano le idee genuine fino a farle ammalare di presunzione, di buonismo, di banalità, ma forse, oltre a quelli che si svegliano la mattina e decidono di tentare questa via perché è di moda e fa fortuna economica, sono più gli editori e gli operatori commerciali ad intaccare la sincerità di questo tema, oscurando come si è detto, altre opere di “diverso” argomento, né migliore né peggiore, perché questo è a discrezione del lettore che vuole cimentarsi in una lettura invece che in un’altra..

    la scelta di focalizzarsi in modo profondo e forte sull’io, può anche essere vista come anomala e originale, perché pochi lo fanno.
    come dici tu, Chester Brown parla anche di altri personaggi… ma lui non è Chester Brown…
    forse l’obiettivo era proprio dare un messaggio di “storia senza uscita” (ripeto, non l’ho letto).. e probabilmente fa impressione e si hanno problemi, perché nell’autobiografico ritroviamo sempre un po’ di noi, perché si può trovare magari un tabù, un pensiero non detto, un lavoro sull’io che tutti in un modo o nell’altro facciamo, o una contraddizione a noi che ci fa confrontare…

    non perché già Policleto aveva fatto un certo tipo di scultura allora nessuno dopo di lui poteva provare la medesima strada.. il buono penso stia nell’evolvere quella e su quella strada, essere sé stessi e parlare con sincerità, per avere poi originalità, unicità, diversità, creatività, come quelle trovate poi ad esempio dal e nel Canova.. ecc..

    comunque, sarei più stanco di commercializzare la sincerità e creatività di un autore buttandola nelle fauci del banale, del già detto e dell’inutile…

  • Uscendo un po’ dal seminato, io ultimamente ho un po’ di problemi con la nozione di “io” in generale, che sta diventando davvero strabordante.
    Insegnando ad adolescenti (che sono già egocentrici per natura) mi trovo a constatare come questa società tenda, in generale, a favorire l’ipertrofia dell’ego, e per di più dell’ego nella sua forma elementare, quella puramente emozionale, im-mediata, a-razionale. Persino a-sociale (io sono eccezionale, io sono meglio degli altri), salvo poi irreggimentarla in modelli preconfezionati.

    Per non parlare della poesia, dove dal Romanticismo in poi l’Io sembra essere diventato l’unica misura delle cose e la lirica l’unica espressione poetica lecita (un discorso che tu stesso hai fatto più volte). Per questo ho apprezzato molto – scusa se te lo dico qui – le tue poesie in cui parli di cibo, pubblicate ultimamente sull’altro blog.

    Quanto al fumetto, non ho letto tutte le opere di cui parli, quindi posso dire di essere d’accordo solo in linea di principio; “Blanket”, per esempio, che cita Queirolo, a me è piaciuto, perché trovo che ci sia molto, oltre l’autobiografismo (ad esempio una grande capacità narrativa e lirica, o un valore “esemplare” della storia privata).

  • valerio stivè

    Condivido l’impressione sull’ultimo libro di Matt da quando lo lessi all’uscita americana. Ho adorato ogni sua cosa, ma con questo libro mi ha deluso perché in parole povere è davvero una grossa pippa – e visto i temi del libro sembra una battuta dire così 🙂
    Effettivamente, nonostante fosse ambizioso, anche Io le Pago mi ha dato un’impressione simile. Un grande girare intorno a se stessi.
    I due autori avevano dato il meglio si sé aprindosi al lettore in una maniera mai vista, secono me superiore anche a certa trasgressione fine a sé di Crumb. Ma poi ci son cascati…
    Meglio graficamente Al Capolinea, davvero piacevole e ben equilibrato.
    p.s. Le parole su Conversazioni mi sono sembrate assai più sbrigative e poco argomentate rispetto alle tue. Specialmente quella ricerca di definire graphic novel, che ha davvero stufato.

  • […] Update: Daniele Barbieri affronta l’argomento sul suo blog. […]

  • Sono praticamente d’accordo con tutti voi ma anche in disaccordo.
    Io non ho letto il fumetto in questione e non posso dire di essere un lettore di questo genere. Penso però che sia necessario chiarire una cosa.
    Lo dico da addetto ai lavori. Sono anche io un disegnatore ed insegno da molti anni proprio questo mestiere.

    Spesso mi sono trovato di a leggere fumetti molto particolari e credo di aver capito che un autore svolge questo mestiere principalmente per due motivi , per gli altri o per se stesso. Anche se ci sono diverse sfumature tra questi due poli.

    Facendo però un’analisi tagliata con l’accetta potrei dire che il fumetto considerato mainstreamdi generepopolare, etc. sia preso da un disegnatore come un luogo dove dare sfogo a fantasie che diano appagamento alle esigenze dei lettori.

    Nel secondo caso potrei parlare del fumetto Underground, dove l’autore da libero sfogo a quelle che sono le sue personali fantasie semplicemente perchè sente l’esigenza di farlo (catarsi?).
    In fondo, quando un autore lavora in questa direzione non credo che sia interessato al fatto se il proprio fumetto venderà molto, verrà capito o apprezzato perchè in fondo lo fa principalmente per se stesso.
    Ovviamente se così non fosse peccherebbe di esibizionismo o troppo egocentrismo.

    Ma in fondo chi non ne ha?

    Forse potremmo anche dire che la realtà dei fatti è anche questa e rimane comunque la possibilità di non comprare o cestinare una storia che non ci è piace.

  • oups, scusate i miei errori di battitura, spero che si capisca comunque.

  • ettore

    i fumetti sono solo di due tipi, belli o brutti, io questo non l’ho letto (e non credo che lo farò), ma se non convince è solo perchè è fatto male, non perchè è autobiografico. vi prego sfatiamo il mito di chi fa arte e fumetti, solo per se stesso. se l’arte non fosse indirizzata ad altri non avrebbe senso stare a scristare ore e ore su una vignetta x cercare di “renderla migliore”. quello che si fa “per se stessi” è il bisogno /piacere di inventare storie, ma il metterle a punto e “limarle” è SEMPRE x sottoporle ad altri.
    che senso avrebbe avuto x Bucosky dipingersi come un trasgressivo -alcolizzato-chiavatore se non per dirlo ad altri?
    per dirlo a se stesso sarebbe bastato uno specchio.

  • @qumodink: qui non si vuole certo imporre a un fumettista di dire qualcosa piuttosto che qualcosa d’altro; e non è nemmeno una questione di qualità. Joe Matt, nel suo genere, è bravissimo. Riuscire a tener su tante pagine senza altri personaggi oltre a se stesso (o quasi) non è da tutti. Ed è evidente che esprime un’autocondanna e sta dando un messaggio di “storia senza uscita”. Io trovai Blankets del tutto apprezzabile, e anche se qualche difetto c’era si trattava comunque di un’opera prima, ed era perciò ampiamente perdonabile.
    Il punto semmai è proprio quello che solleva Sergio Pasquandrea: è questa ossessione dell’io, come se il rovistarsi dentro fosse l’unica risposta possibile alla vuotezza media dei fumetti mainstream americani. È proprio di questa dialettica che io sono stanco: super-ego (colto) contro super-eroi (popolare). Ed è una dialettica molto americana, molto tipica di un contesto culturale con una scarsa identità storica (e culturale), in cui all’alienazione dell’evasione nel fantastico si è capaci di rispondere con la riaffermazione dell’unica identità a disposizione: quella personale e individuale.
    Io avverto una certa stanchezza anche nei confronti degli autobiografismi italiani e francesi; però non posso non riconoscere che David B. e Gipi sono un’altra cosa; e alla fin fine l’autobiografismo appare in loro più un espediente narrativo che altro; e la realtà circostante irrompe continuamente e fragorosamente.
    @Saverio: se il fumetto underground fosse solo uno sfogo di personali fantasie perché si sente l’esigenza di farlo, Robert Crumb non avrebbe mai avuto bisogno di pubblicare nulla, e l’underground sarebbe rimasta un’esperienza privata di un piccolo gruppo di amici. Semmai era il tentativo di aggregare un pubblico su contenuti diversi da quelli del fumetto mainstream. Ma Crumb e company non hanno lavorato solo sull’autobiografismo: la parodia dissacrante di Shelton, per esempio, è altra cosa; e anche Mr.Natural, Fritz the Cat, the Snoid, sono personaggi che, pur attingendo probabilmente all’esperienza personale del loro autore (ma come potrebbe essere diversamente?) non sono certo autobiografici.
    Il rapporto col pubblico è al centro di qualsiasi operazione artistica: quello che cambia sono il modo e il destinatario.

  • questa riflessione può riguardare gli autori nordamericani. ma di italiani che fanno autobiografia come loro ce ne sono veramente pochi. qui si è affermato invece un genere diverso di fumetto di realtà, cronachistico e storico contemporaneo.

    • Vero, ma non del tutto. Però non è certo un caso che l’insofferenza mi si manifesti nei confronti degli americani. Comincio a essere un po’ stanco di autobiografismi anche per quanto riguarda i nostrani, ma è indubbiamente un sentimento molto più sfumato. Forse la differenza è che quando Gipi racconta LMVDM sembra che racconti un’epopea, e lo stesso si potrebbe dire per David B., in altre forme.

      • sono pochissimi gli italiani (i nostrani) che fanno vera autobiografia. se in questa discussione si parla di comportamenti degli autori vanno distinte un po’ meglio le diverse produzioni “nazionali” o meglio delle varie aree culturali e linguistiche.
        se invece parliamo dei lettori, certo, essi (i lettori) si trovano tante autobiografie quasi tutte insieme, nel giro di pochi anni, presentate e promozionate e possono in qualche modo “stufarsi”. I lettori hanno sempre ragione e per questo sono anche esigenti e un po’ egoisti. Ma se ci si fa carico di spiegare (magari ai lettori) cosa succede e perché bisogna essere un po’ più analitici.

  • ciao daniele.
    detto dell’egocentrismo… e la riflessione di pasquandrea la sento molto vicina;
    mi/vi chiedo: quale dovrebbe essere, su un piano “umano”, “espressivo”, la funzione di un’autobiografia?
    quella di parlare della propria vita “eccezionale”, tale da suscitare nei lettori sorpresa, incredulità, e passione…?
    oppure quella di apparire “esemplificativa” nella sua normalità, tale da suscitare nei lettori identificazione, capacità di riconoscersi e di riflettere sulla propria esistenza?

    in questo bivio a mio parere si nasconde un inghippo dell’autobiografia, coglierne prima di tutto un senso in questa nostra società, perché se è vero che è una manifestazione forte del proprio ego, forse permette anche, se l’opera è riuscita, di passare da un livello personale a un livello “transpersonale”. in fondo, il nostro ego ipertrofico non è certo isolato, ma in rapporto/conflitto con gli ego degli altri e con il mondo tutto, con la natura, con l’arte in ogni sua manifestazione.
    ne accenno in risposta al post di queirolo, ma sono rimasto colpito e fascinato da “il cancro mi ha reso più frivola”, un’autobiografia a fumetti realizzato da una non professionista di fumetti, che ha sentito l’urgenza di una propria personale testimonianza. quale funzione? quale efficacia? questo “minimalismo” estremo, nel quotidiano che è ridicolo e osceno insieme, forse ha il senso nel riportare l’ego di tutti noi in relazione a un senso più grande della vita.
    e qui, quel che conta, non è la forma, ma il punto di vista. perché ego ipertrofici e chiusi, che narrazione NON autobiografica possono raccontare? forse qualche trucco narrativo di genere può aiutarli, ma il risultato rimarrebbe comunque sterile.
    ecco dove ha toppato per esempio brown nel suo “io le pago”: ha usato la sua vita per costruirne una tesi razionale quanto priva di sentimenti. vivisezionare una vita per un’idea. qualcosa che può avere una funzione in un certo tipo di approccio scientifico, ma che fallisce totalmente nel coinvolgimento dei lettori.
    insomma, brown è talmente identificato nella sua tesi e nel difendere una sua abitudine/esigenza/biosogno dell’ego, da rinchiudersi in un meccanismo sterile.
    per fare un esempio.
    ma non è colpa della forma autobiografica.
    la differenza sta nel punto di vista e nella sensibilità.
    quale differenza (emotiva e concettuale) c’è tra questo suo lavoro e il seminale e più emotivo “non mi sei mai piaciuto”!

    solo uno spunto.
    ciao.
    g.

    • Giusto per chiarire. Non è che io ce l’abbia con la forma autobiografica in sé. Non avrebbe molto senso avercela con una forma.
      Diciamo che mi rendo conto di avere sviluppato una certa insofferenza nei confronti dell’eccessivo uso che ne è stato fatto nel fumetto negli ultimi decenni. Quando lo facevano la Bretecher e Pazienza, era un’idea geniale, che loro sostenevano poi con la qualità di quello che producevano.
      Oggi è la norma. Il che non vuol dire che sia per forza male. È che quando apro un nuovo libro e vedo che è di carattere autobiografico, sbuffo un attimo e mi predispongo a leggere un po’ contrariato. Poi, se il testo è buono, mi dimentico presto che ero partito contrariato.
      A me Chester Brown non è dispiaciuto, proprio perché alla fine è un libro a tesi, su spunto autobiografico; mentre con Matt, pur apprezzandone le doti di fumettista, ho continuato a sentirmi contrariato sino alla fine.
      Allora diciamo così: non è colpa della forma autobiografica, bensì del suo abuso. E non è affatto proibito agli autori farne uso, ma mentre all’epoca di Paz costituiva un vantaggio, oggi è una remora, un freno alla qualità del lavoro. Ma naturalmente un buon motore può andare forte anche con un freno tirato.
      Ciao

  • Scusate l’intervento telegrafico, ma è proprio ora di gridare ARRIDATECE L’AVVENTURA!

  • […] problema è un altro – ne parlano chiaramente Andrea Queirolo e Daniele Barbieri – è che il genere autobiografico ha più valore quando parla, oltre che dell’io, anche […]

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