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Ancora un altro me. Blog di poesia

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Della poesia e dell’orrore (ancora)

Colgo l’occasione di un invito che ho ricevuto quache giorno fa per email da parte di Gianmario Lucini (Poiein, Cfr) per affrontare un punto controverso. Lucini, che è anche editore, oltre che poeta, scrive a me e ad altri sull’onda dell’indignazione per l’attentato di Brindisi, invitandoci a inviargli uno scritto che esprima il nostro sdegno: “Aspetto i vostri contributi, non tanto letterari ma di umanità e animalità ferita (che sento, che intuisco anche per voi, come per me). Aspetto la vostra collera per farne un libro di collera e d’innocenza, un grido contro tutte le mafie.” Lucini è persona impegnata (sia eticamente che poeticamente) e molto stimabile – ma questo suo invito mi pone un problema.

Lucini ha ragione a specificare che i contributi che chiede sono non tanto letterari ma di umanità e animalità ferita, però chi riceve questa comunicazione lo conosce come poeta, e come editore di poesia, e lui la accompagna anche con dei versi, scritti sull’onda dell’emozione. Tutto insomma ci fa pensare che pure a noi vengano chiesti dei versi, che esprimano la collera e il senso della ferita per l’accaduto.

In un’occasione precedente ho risposto anch’io a un appello simile di Lucini. Ero indignato e incollerito, e ho deciso di esprimerlo. Ma questa volta lo sono di più, e mi rendo conto che lo sono troppo per scrivere dei versi. L’idea che qualcuno abbia potuto progettare di mettere una bomba, per uccidere degli adolescenti a caso, mi sembra davvero troppo agghiacciante per essere contenuta dentro dei versi – almeno così com’è, nella sua cruda violenza e indifferenza: quella che percepiamo così nettamente a caldo, quella che ci sconvolge come ha giustamente sconvolto Gianmario.

Il punto è che io percepisco qualcosa di non comparabile, di non compatibile, tra le due dimensioni, quella dell’orrore del massacro progettato con cura, e quella della scrittura poetica. Così, a caldo, le uniche espressioni che mi paiono compatibili con quell’orrore sono il grido (quello vero, incoerente, rabbioso) e il silenzio, tutte e due espressioni primitive, tutte e due informi. Tutto il resto che può e certo deve anche venire, arriva dopo: sono le parole che cercano di capire, di spiegare, di dare una ragione al tutto, di contribuire a creare le condizioni perché qualcosa del genere non si possa ripetere…

Anche la poesia arriva, se può arrivare, solo a questo punto. Farla arrivare prima, nel momento del grido angosciato o del silenzio sgomento, ha per me qualcosa di artificioso, di facilmente retorico – un po’ come i discorsi dei politici, che in queste occasioni sanno solo ribadire la loro “ferma condanna”, perché loro, persino quando (cosa rara) sono davvero sinceri, non possono né tacere né gridare.

La poesia viene dopo perché è un atto sociale, una sorta di rito espressivo e comunitario, un riportare alla forza del ritmo (che è il ritmo vitale, dei gesti comuni, delle azioni condivise) quello che arriva dal mondo, di bene o di male, di gioia o di dolore. Quando qualcosa arriva alla poesia è già diventato mondo comune, è già proposta di soluzione, condivisione.

Ma nel momento in cui l’orrore si manifesta io vorrei solo gridare o tacere. Scrivere versi in quel momento mi pare quasi un’azione da sciacallo; come se approfittassi dell’emozione, mia e di tutti, per imporre la mia voce.

Scusami Gianmario. Capisco benissimo la tua intenzione, e non dubito della sincerità del tuo appello. Ma così è come la sento io. Se la poesia può nascere dall’orrore è perché in qualche modo lo si è già superato, in qualche modo lo si è almeno un poco digerito, almeno quel tanto che basta per poterci pensare.

A meno che non si voglia credere che un gruppo di poeti possa davvero contare qualcosa, in un’azione politica immediata e diretta. Io non lo credo proprio, non perché io pensi che la poesia non influisce, ma perché penso che se influisce (e oggigiorno questo succede sempre meno) lo fa a livello mediato e indiretto, lungo e profondo: qualcosa che ha a che fare con l’etica, semmai, non certo con la politica.

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1 comment to Della poesia e dell’orrore (ancora)

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