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Di Marino Neri, “La coda del lupo”, e se sia poetry comics oppure no

Marino Neri, "La coda del lupo", Canicola 2012, pp 24-25

Marino Neri, “La coda del lupo”, Canicola 2012, pp 24-25

La coda del lupo, di Marino Neri, è un bel libro a fumetti, molto ben raccontato, molto ben disegnato. Potrei parlare di come Neri reinterpreta liricamente il segno di Micheluzzi, o di come sappia giocare di tinte bianche e nere molto nette, ma anche di tessiture graffiate, irregolari, dal segno grosso – grosso come tutti i segni delle sue vignette, quasi a lasciare appositamente il mondo come poco definito, irreale, sognato (il che è anche, un po’, il tema della storia).

Potrei parlare di quello e invece parlerò d’altro, perché voglio prendere il libro di Neri per proseguire il discorso sulla poesia a fumetti, o poetry comics (per i precedenti, vedi qui e qui). Ho detto negli interventi precedenti che nel fumetto non distinguiamo tra poesia e prosa come si fa tradizionalmente nella letteratura verbale; non distinguiamo non perché non lo si possa fare, ma perché non c’è gran motivo di farlo. Detto questo, ci sono certamente fumetti che mostrano, proprio come la poesia rispetto alla prosa, un’attenzione alle componenti formali che va al di là della loro efficacia per raccontare la storia. Non si tratta di un pregio in sé: ci sono fumetti bellissimi che sono tranquillamente prosastici, in questo senso (Hergé, primo tra tutti, insegna; Pratt, non ultimo, pure). Si tratta solo di una caratteristica, e indagarne gli aspetti può far luce su quello che abbiamo chiamato poetry comics, sui suoi limiti e sulle sue possibilità.

Mi interrogo su La coda del lupo perché al momento, pur avendolo molto apprezzato, non so davvero se posizionarlo tra la prosa, la poesia o in un’ampia zona intermedia, e perché spero che, riflettendoci, questo mi porti a capire qualcosa di più sulla questione. Non ho scelto Toppi o McCay (che ho già portato come esempio), perché nel loro caso so che cosa mi invita a metterli dal lato della poesia: ed è l’architettura della tavola, e anche, nel caso di Toppi, il ritmo della sequenza delle tavole. Sia l’architettura della tavola che il ritmo complessivo influiscono certamente sull’efficacia del racconto, ma non si risolvono in questo: posso godere di quelle composizioni visive anche senza sapere cosa raccontano; e anche se non posso sentire il ritmo se non capisco il racconto, è il respiro epico quello che ne salta fuori, quasi come una grande musica di fondo, indipendentemente da quello che si sta raccontando.

Ma ne La coda del lupo non ci sono queste cose. I disegni, pur singolarmente belli, non sembrano comporre architetture grafiche di per sé notevoli; non parliamo poi del ritmo di Toppi, che è una cosa praticamente solo sua… Ne dovremmo concludere che Neri fa (ottimamente) il narratore e basta? Forse sì, ma non ne sono convinto del tutto.

Mi è già capitato di parlare di quello che ho chiamato battito-vignetta-evento, e del fatto che in questa unità ricorrente del raccontare a fumetti ci sia qualcosa di simile al ricorrere del verso in poesia (ne ho parlato in questo post). Questa caratteristica è comune a tutti i fumetti, e indipendente dal racconto. Diciamo che saper raccontare a fumetti significa saper organizzare in vignette una storia, e saper costruire visivamente le vignette – un po’ come ai tempi di Omero saper raccontare (e si raccontava solo in versi) significava saper organizzare per versi una storia, e saper costruire sonoramente i versi. Questo permetterebbe al fumetto in generale di presentarsi come una sorta di epica moderna, e quindi un genere poetico – fatta salva, ovviamente, la differenza tra un’unità verbo-sonora come il verso e una sostanzialmente visiva (più, a volte, un po’ di testo) come la vignetta.

Nel senso appena detto La coda del lupo è poesia, ma lo è come ogni altro fumetto, con l’aggiunta che magari qui il tema ha qualcosa di epico, anche se un’epica dell’interiorità, del rito di passaggio dell’adolescenza – cioè, insomma, un’epica moderna, senza eroi. Non riusciamo però ad andare più in là?

Allora faccio un’ipotesi, così, per cercare di spiegare la sensazione che il libro di Marino Neri possa stare un po’ di più dalla parte della poesia che da quella della prosa. La storia scorre benissimo, nella sequenza di Neri; però questi disegni così netti, così forti, così scanditi, sono molto significativi anche individualmente. È vero che questo, come ho osservato altre volte rispetto al disegno di José Muñoz, contribuisce a rallentare la lettura, conferendo una certa solennità al ritmo complessivo – e quindi c’è certamente una funzionalità a una migliore resa del racconto. Però è come se queste vignette si imponessero anche, una per una, nella loro icasticità, proprio come i versi di un poema, che si fanno sentire come versi mentre al tempo stesso raccontano. Tuttavia, facendosi sentire, permettono l’emersione di altre relazioni, come le rime, le allitterazioni e altri fenomeni fonetici e sintattici tipici della poesia. Qui, qualcosa di questo genere finisce per succedere rispetto a queste forme nere (e bianche, e tessute) che sono così poco o così faticosamente naturalistiche (insomma, poco definite, rispetto a un’idea di disegno realistico) da costringere l’occhio a vedere echi e rispondenze nelle forme tra una vignetta e l’altra, tra una pagina e l’altra.

Così, insieme alla storia, si snoda in questo libro una sorta di sinfonia di forme nere e di forme bianche, e di tessiture scarabocchiate e quasi incerte, in modo che ne ricaviamo l’impressione di stare aggirandoci in un universo di forme astratte (e un po’ inquietanti) che si ripetono. Questo ha a sua volta effetto sulla storia, giustamente, ma funziona pure di per sé – come il suono dei versi di Omero.

Un maggiore naturalismo grafico non avrebbe pregiudicato la storia (anche se forse certi effetti sarebbero stati meno intensi), ma avrebbe attutito o addirittura nascosto questo senso di ripetizione modulata di qualcosa che appartiene a ciò che si sta vedendo, al disegno, non a ciò che è raccontato, non a ciò cui il disegno rinvia.

Insomma, poetry comics? Forse non proprio, però parecchio da quel lato, a quanto pare.

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8 comments to Di Marino Neri, “La coda del lupo”, e se sia poetry comics oppure no

  • Quindi,il poetico è nello stile? o, forse – suppongo – nella forma?
    Cioè – ammettendo una certa ignoranza della struttura poetica – il fumetto si affaccia al poetico, quando – come nel caso di Neri – vi è una serie di meccanismi formali che rimandano ad altro rispetto al livello zero della lettura? Vi è un segno, in questo caso lo iato tra i neri e i bianchi, che intesse un discorso di senso che si sovrappone o che è sottesso al ritmo narrativo? Non sarà forme parte integrante invece del ritmo della narrazione stessa? Vorrei capire…
    T.T.

  • guardareleggere

    Caro Tonio
    mi scuso se non sono stato chiaro, ma scrivevo mentre io stesso cercavo una risposta al problema che mi ponevo.
    Fermo restando che la distinzione tra poesia e prosa nel campo del fumetto è piuttosto arbitraria, e ha senso – a mio parere – solo per mettere meglio in luce certi aspetti che qualche volta ci sono di più e altri meno (e i fumetti che ce li hanno oppure no non sono meglio o peggio, ma solo differenti tra loro), io credo che lo specifico della poesia (semplificando all’estremo) stia nel fatto che non tutte le sue caratteristiche formali si risolvono nel discorso (nel racconto) che il testo sembra stare facendo.
    Nel caso di Marino Neri, questo ritmo dei neri (scusa il gioco di parole) è certamente anche funzionale all’efficacia narrativa (infatti se immagini di toglierlo di mezzo, la storia funziona lo stesso, però certamente con minore efficacia), però a me sembra che non si risolva in quello. Cioè, per esempio, potrebbe colpirmi anche se solo sfogliassi il testo senza fare caso alla storia.
    Quindi sì, è come dici tu all’inizio: “il fumetto si affaccia al poetico, quando – come nel caso di Neri – vi è una serie di meccanismi formali che rimandano ad altro rispetto al livello zero della lettura”. Però non è necessario che questi meccanismi formali abbiano solo questo ruolo. L’essenziale è che godano anche di una certa autonomia di senso rispetto al racconto (al discorso) del livello zero della lettura.
    Questo è quello che succede in poesia (quella verbale, intendo) rispetto a quello che succede in prosa. Nota che anche nell’universo del verbale questa presenza/assenza è questione di gradi, non di sì o no assoluti; però la distinzione tradizionale tra poesia e prosa fa sì che in poesia il fenomeno tenda a presentarsi molto, mentre in prosa poco.
    Nel fumetto, che è per sua fortuna libero dalla distinzione tradizionale, si trovano tutti i gradi di presenza/assenza.
    Poi, la presenza di fenomeni di questo tipo certamente arricchisce il testo. Però ci sono testi ricchissimi dove questi fenomeni sono quasi assenti, e la ricchezza passa tutta attraverso il racconto.
    Così è più chiaro?
    Ciao
    db

  • Grazie della risposta Daniele…
    Non è un problema di chiarezza, quanto un mio interesse a capire 1) cosa sia la poetry comic e 2) quando si presenta.
    Restando nei pressi del lavoro di Neri – partendo dall’esperienza che ne ho fatto – quello che primariamente mi ha colpito e continua a colpirmi è appunto la ricchezza simbolica del segno e la “povertà” della storia in sé e per sé. Cioè, mentre la storia non mi ha sconvolto, il segno ha sortito il suo effetto, tanto da spingermi alla lettura. Quindi il poetico nel fumetto potrebbe essere intenso anche come qualcosa che precede e non si lascia esaurire nella lettura e nell’intreccio narrativo e che nel contempo non si identifica necessariamente con il lato meramente formale? Detto ciò, però, non si potrebbe decodificare una definizione univoca come ad esempio nel caso – ad esempio – del graphic journalism? Poi, piccola curiosità: quali sono i rapporti tra il poetry comic e l’abstract comic? Sono fenomeni contigui o no?
    Grazie ancora!
    T.T.

    • guardareleggere

      Caro Tonio, guarda questo post di Claudio Calia (http://www.claudiocalia.it/Di-consapevolezza-e-intenzionalita), che è colui che ha richiamato la mia attenzione sul tema, e con cui ho discusso a Pordenonelegge (insieme al poeta Lello Voce e al fumettista Davide Toffolo). E magari qualche idea te la possono dare anche i miei tre post precedenti sul tema.
      Per una definizione univoca secondo me è un po’ presto. Bisogna che si sviluppi davvero un dibattito sul tema, e si sedimentino dei criteri. Per questo è anche difficile dire che rapporti ci siano tra poetry comics e abstract comics. A me paiono due dimensioni di ricerca con aspetti in comune, però ciò che è poetry può benissimo essere figurativo, e quindi non abstract. E viceversa? Pensiamoci sopra.
      Ciao
      db

  • Tnx…Rileggerò tutto con più attenzione
    Ciao
    T.T.

  • Tonio (e Daniele ovviamente!) ti segnalo che in coda a una discussione su Nazione Indiana ho linkato tre articoli interessanti sull’argomento:

    http://www.nazioneindiana.com/2012/09/27/intervista-dialogo-con-lello-voce-intorno-a-una-concezione-pluriversa-della-poesia/

    Verso il 30° commento, hai da leggere per un sacco, mi sa 😉
    Saluti!
    c.

  • Grazie mille della segnalazione Claudio…
    Leggerò con calma il tutto (mi ci vorrà un po’ di tempo :P)
    T.T.

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