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Del carattere del carattere

Il carattere tipografico pone un problema semiotico interessante.

La questione è più semplice se lo pensiamo quando utilizzato per testi brevi, come titoli o insegne, in cui la significazione che è prodotto del guardare (ovvero l’aspetto visivo del testo) si combina con quella che è prodotto del leggere (ovvero la componente verbale, con il suo significato e la sua evocazione sonora). La questione è più semplice ma non banale – tuttavia non è quello che mi interessa qui.

Il problema interessante (per questo discorso) è quello che sorge quando pensiamo al contributo di senso che il carattere tipografico può dare a un testo verbale lungo, durante la fruizione del quale l’attenzione del lettore è interamente presa dalle parole e dal loro significato – e guai se non fosse così! A essere estremisti, dovremmo dire che in situazioni come queste il carattere migliore è quello di cui la forma non si nota; perché se guardiamo la sua forma, la nostra attenzione è parzialmente distratta dal leggere.

In altre parole, il carattere migliore sarebbe quello la cui forma è invisibile, o meglio, del tutto trasparente.

Tuttavia, se così fosse, non ci sarebbe ragione di possedere più di un font di caratteri da testo – o perlomeno non più di un piccolissimo gruppo; perché, certo, su carte differenti, con inchiostri differenti, con impaginazioni differenti, il font più trasparente potrebbe essere ora l’uno ora l’altro.

Le cose, tuttavia, non stanno così. Certo, la questione della leggibilità è cruciale, e quindi la trasparenza formale del font è un requisito da cui non si può prescindere. Eppure, nonostante questo, la scelta resta ancora vasta.

Credo che il punto stia nel fatto che il confine tra guardare e leggere non è netto, nemmeno nel passaggio da un atteggiamento all’altro. Nel momento in cui ci accostiamo a una pagina di testo prima di iniziare a leggerla inevitabilmente la vediamo, e dunque la guardiamo. Per quanto superficiale e rapido sia questo guardare, perché si trasforma rapidamente in un leggere, comunque esso esiste – e in quel momento di passaggio non solo il carattere tipografico non è trasparente, ma anzi è fondamentalmente la sola cosa che si vede.

Mi viene in mente la favoletta delle pubblicità subliminali, quella roba che dovrebbe durare una frazione di secondo, e arrivare a noi senza passare dalla nostra consapevolezza. Io non so se queste pubblicità esistano davvero, però probabilmente il carattere tipografico agisce più o meno in questo modo, creando un sistema di aspettative di senso in un momento in cui la nostra attenzione è volta ad altro.

Così, data un’attesa per un carattere (per quel contesto) normale, il rispetto o la deviazione dalla norma ci predispongono genericamente nei confronti di quello che stiamo per leggere. Ma di questa predisposizione non restiamo consapevoli, proprio perché nel momento in cui siamo concentrati nella lettura, il carattere tipografico è già diventato trasparente.

Da questo punto di vista, la letteratura a fumetti è più onesta: la sua richiesta di essere guardata, infatti, non si nasconde mai; e in qualsiasi momento siamo consapevoli tanto di stare leggendo il racconto quanto di stare guardando le sue figure.

Possiamo pensare un tipo di scrittura le cui figure siano standard come i caratteri tipografici, ma continuino a farsi notare? Forse è una certa poesia visiva – ma, di nuovo, la brevità del testo da leggere continua a essere essenziale per fare emergere il guardare.

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2 comments to Del carattere del carattere

  • Caro Daniele, bellisimi testi! appena tornata da Seviglia per el D.H.C di Eco, insieme a Jorge Lozano, una settimana dove siamo ritornati a essere studenti.
    Ti contiamo fra i nostri nel’prossimo mega Designis chi se terrà a Seviglia. Restiamo in contatto!

  • toni

    nel leggere il post mi sono tornati alla mente due studi: quello classico di lindekens, sul ruolo delle forme nei caratteri tipografici, e uno di weinrich sulla relazione tra memoria e titolo. mi pare che le due cose si tengano. se poniamo come fissa la capacità di memorizzare elementi discreti (sia verbali che visivi) in una sequenza o in un contesto dato, la lettura sopperisce al limite attarverso la concettualizzazione, le procedure di sintesi narrativa, e altro. la vista può fare altrettanto? probabilmente nel momento in cui qualunque raffigurazione si presta a usi narrativi o di comunicazione prolungati oltre un certo limite, la possibilità di seguire la serie visiva deve far appello a procedure di traduzione o sintesi verbale, o comunque a legami logici simili, magari solo un pochino simili, a quelli di una sintassi verbale. se ne dovrebbe dedurre che la percezione di pure forme, o di caratteri ontologici delle figure, resta un qualcosa di confinato nello spazio perché confinato nel tempo dalla memoria. sicuramente la relazione tra norma e scarto agisce anche a livello percettivo, ma evidentemente trovarsi di fronte a forme sempre diverse, o trovarsi di fronte a identiche forme iterate, si scontra o con una incapacità mnemonica o con un appiattimento dell’informazione a livello visivo (ritornelli plastici?). forse ancor prima della memoria c’è il limite dei principi logici, tuttavia rinunciare a quelli per avere più memoria visiva sarebbe azzardato, per certi versi catastrofico. ragion per cui mi trovo assolutamente d’accordo sul carattere essenziale della brevità!

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