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Di una poesia minore di Milo De Angelis, e del suo perché

DONATELLA

La danza fiorisce, cancella il tempo e lo ricostruisce
come questo sole invernale sui muri
dell’Arena illumina i gradoni, risveglia insieme agli anni
gli dei di pietra arrugginita. “C’è Donata De Giovanni?
Si allena ancora qui?” “Come no, la Donatella,
la velocista, la sta semper da per lé.”

Mi guardava fisso, con l’antica dolcezza milanese
che trema lievemente, ma sorride. “Eccola, guardi,
nella rete del martello… la prego… parli piano…
con una mano disfa ciò che ha fatto l’altra mano.”
“Chi è costui? Un custode, un’ombra, un indovino…
quali enigmi mi sussurra?” Si avvicinò
a Donata, raccolse una scarpetta a quattro chiodi.
“La tenga lei, signore, si graffia le gambe…
… povera Donata… è così bella… Lei l’ha vista…”

“Forse il punto luminoso della pista
si è avvitato a un invisibile spavento, forse
quest’inverno è entrato nella gola insieme al cielo:
era sola, era il ventuno o il ventidue gennaio
e ha deciso di ospitare tutto il gelo”

“O forse, si dice, è successo quando ha perso
il posto all’Oviesse, pare che piangesse
giorno e notte… per non parlare di suo padre…
i dottori che ha chiamato… mezza Milano”

“Io, signore, sbaglierò, le potrà sembrare strano
ma dico a tutti di baciarla, anche se in questo
quartiere è difficile, ci sono le carcasse dell’amore
c’è di tutto dietro le portiere. Sì, di baciarla
come un’orazione nel suo corpo, di baciare
le ginocchia, la miracolosa forza delle ginocchia
quando sfolgora agli ottanta metri, quasi al filo
e così all’improvviso si avvera, come un frutto”

“Lo dica già stasera, in cielo, in terra, dappertutto
lo dica alle persone di avvicinarsi: ne sentiranno
desiderio – è così bella – e capiranno che la luce
non viene dai fari o da una stella, ma dalla corsa
puntata al filo, viene da lei, la Donatella.”

da Biografia sommaria, di Milo De Angelis, 1999

Ho riletto questa poesia nel corso del dibattito su De Angelis seguito al post di poesia2punto0 di cui ho già parlato due settimane fa. C’era chi la citava in quanto inserita in un’antologia scolastica, e chi la irrideva come esempio di patetismo. Una bella citazione da Manacorda faceva osservare come Biografia sommaria sia in ogni caso un’opera di passaggio, non del tutto riuscita; testimonianza comunque di un processo di trasformazione dell’autore.

Non è certo tra le mie poesie preferite di De Angelis. A una prima superficiale lettura sembra davvero trasudare sentimentalismo e patetico, e giustificare le accuse di patetismo (seminascosto dalla difficoltà interpretativa, nei versi delle raccolte precedenti, ma impossibile poi da nascondere qui, dove il discorso si è fatto più semplice). Se si ha un partito preso contro De Angelis, si può anche dar credito a una lettura così banale – ma bisogna proprio, mi pare, arrampicarsi sugli specchi per sostenere un simile livello di sempliciotteria in un autore che non è mai apparso per nulla sempliciotto.

Non ci vuole molto per accorgersi infatti che in questo ritorno delle rime frequenti, al posto giusto, echeggiano non solo il sentimentale, ma anche il luogo principe del sentimentale nell’espressione poetica in lingua italiana, cioè il melodramma. È infatti proprio nel melodramma che la rima bella-stella-Donatella avrebbe la sua casa più propria.

Tuttavia, non solo De Angelis non scrive per il Donizetti del momento, ma non sembra aver avuto molte inclinazioni nei confronti del melodramma, né prima né dopo Biografia sommaria. Il che ci fa sospettare che ci possa essere un’intenzione ironica nelle sue parole. Non ironia nei confronti del dramma della Donatella, che è autentico e sentito, ma nella possibilità di esprimerlo in poesia senza diventare patetici.

E questo ci rimanda all’altra eco che si sente in questi versi, che è quella (a sua volta ironicamente melodrammatica) di Guido Gozzano, nella cui poesia il sentimento e i toni patetici non mancano affatto, ma sono l’oggetto di uno sguardo distaccato e smagato, che non riesce a non vederne i limiti e la natura, appunto, patetica (nel senso più corrente del termine). Ma d’altra parte non riesce nemmeno a fare altro, condannato in tutta la sua produzione a parodiare l’universo in cui lui stesso vive, perché non ce n’è uscita.

Tuttavia, è proprio questa natura discorsiva e costruita razionalmente del suo discorso che rende Gozzano così apprezzato da Edoardo Sanguineti, il quale fa osservare che, pur di sottrarsi al sublime dannunziano, Gozzano si condanna volentieri a questa medietà borghese, a questo patetismo ironico ma senza scampo.

Ora, a cosa o chi si vuole sottrarre il De Angelis di “Donatella”? Forse al proprio stesso sublime, a quello della sua produzione precedente, a quello delle proprie stesse (spesso magnifiche) grandi oscurità. Ci sarà anche Cucchi di mezzo (come di nuovo suggerisce Manacorda) e la sua vena narrativa, ma De Angelis, molto più di Cucchi, è sempre stato un poeta di emozioni – e continua a esserlo qui come continuerà nelle (migliori) raccolte successive.

Io credo che sia questo il punto, e il modo di trovar senso a questo componimento non tra i più riusciti di De Angelis. È, insieme con diversi tra quelli che lo accompagnano in quel volume, l’esperimento di un diverso modo di avvicinarsi all’emozione, senza cadere nel patetico, rendendo – alla Gozzano – il patetico stesso una parte del discorso. È un messaggio al sublime – compreso quello delle avanguardie, che si esprime in loro in altro modo, ma non è meno presente. Non è certamente la vena migliore di De Angelis, e io non l’avrei messo come esempio in un’antologia scolastica (testi ugualmente godibili dagli studenti, ma molto più interessanti, si trovano con facilità, per esempio, in tutto Tema dell’addio – ma magari non era ancora stato pubblicato quando l’antologia è nata); se non altro perché un quindicenne non ha nessuna chance di cogliere certe sottigliezze (sottigliezze che, a quanto pare, nemmeno vari lettori adulti di poesia arrivano a cogliere).

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2 comments to Di una poesia minore di Milo De Angelis, e del suo perché

  • Nicola Borletti

    Stimolante, come sempre, la lettura che Daniele Barbieri ha fatto di una poesia “minore” di Milo De Angelis, “Donatella”. Non so se questa davvero sia una poesia minore, ma certamente è una poesia anomala nella produzione del poeta milanese, una delle sue poche poesie narrative, tutte raccolte in “Biografia sommaria” e indubbiamente prive di quella forza oscura e verticale, di quella velocità di accostamenti tipica di De Angelis. Io la ritengo comunque una poesia significativa, un archivio di temi cari al poeta: la giovinezza troncata, il gesto atletico, lo sfondo milanese. E se devo trovare un riferimento culturale per questi versi, più che al melodramma penso alla fiaba. Una fiaba metropolitana e contemporanea, con elementi meticci e contaminati, ma pur sempre una fiaba. La protagonista, Donatella, sembra una principessa della pista, un’atleta formidabile che “sfolgora agli ottanta metri, quasi al filo”. Ma a questa principessa è stato fatto un “maleficio”. E così la troviamo rannicchiata nella pedana del lancio del martello, quasi in trance, creatura triste che “con una mano disfa ciò che ha fatto l’altra mano”. Nessuno sa cosa le è successo. Nemmeno il custode dello stadio, che azzarda varie ipotesi, ma non riesce a indicare il vero motivo. Una malattia dell’anima, forse, che “le è entrata nella gola insieme al cielo”. Oppure ragioni più concrete, il posto perduto all’Oviesse, una malattia. Non si sa. Si sa soltanto che a un certo punto Donatella “ha deciso di ospitare tutto il gelo”. Ma ecco che entra in scena la fiaba. Il custode chiede al suo interlocutore e a tutti i presenti di “baciarla”, l’unico gesto magico che potrà spezzare il sortilegio. E più precisamente di baciare le ginocchia, la “miracolosa forza delle ginocchia” che tante volte hanno trionfato nelle gare. Così la bella addormentata potrà tornare a correre e a spezzare il filo come una volta, come una moderna Atalanta immersa nelle nebbie milanesi. E forse, concludo, è proprio l’elemento fiabesco a consentire certe rime consuete (“cielo/gelo”, “frutto/tutto”, “bella/stella, Donatella”) quasi a collocare la scena in un ritmo antico e rituale, nel luogo certo di una tradizione.

    Nicola Borletti

    P.S. Dicono che De Angelis si sia ispirato alla bella velocista bolognese Donata Govoni, campionessa degli annui sessanta, ragazza talentuosa ma anche irregolare, insofferente agli allenamenti, dalla carriera piena di alti e bassi. Come psicanalista – devo dire – sono molto interessato alla figura della Govoni e al suo drammatico rapporto con il padre, che non la voleva in pista e non andò mai a vederla gareggiare.

  • Gabriele

    Bellissima poesia, e scritta bene. Il giudizio di “minore” è senz’altro fuori luogo in questo caso. Forse è la poesia italiana che in questo momento è “minore”, rispetto sia al resto del mondo, sia alla storia stessa della poesia italiana. Non sono un fan della linea lombarda, ma tra i lombardi De angelis è senz’altro il mio preferito, e tra i testi di De angelis questo è uno dei miei preferiti. Utile anche il commento di Barbieri.

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