Dell’epica difficile di Marilena Renda

1. L’acqua (l’esodo)

 

E siamo fatti per ritornare (nella nostra interezza
priva di differenze, di cuciture visibili alla vista,
al tatto) senza pensieri sui nostri passi, respingendo
la dolcezza delle città ignare, filiali, che lasciano
pure noi fendere le mura, frugare i segreti.

Fingiamo che il latte degli stranieri sia versato
per noi pure. Nostro il pudore dei larghi androni,
del verde osteso a perdita, di confini sconosciuti
ai polpastrelli ignoranti, ciechi della promessa
di spazi non misurabili sulle pareti-cielo.

Essere separati e vicini le domeniche a Milano
come scoiattoli che custodiscono i gherigli a morte.
Polpa che non vuole essere frutto, colluttazione
tra Heimat e fabbrica, tra lievito e ruggine,
cospargendo di saliva le pietre del selciato.

Così è nostro il ritorno non greve, vergognoso
di ricontare gli aghi, tracciare rotte per gli occhi,
annodare fili di ruggine, indossare un abito di risentimento,
indicare alla bocca, ai figli, alle piume delle prigioni
un varco, una faglia a cui appendere un desiderio di stasi.

…..

pÈ l’attacco di Ruggine, di Marilena Renda (Dot.com Press 2012). Ruggine è un lungo poemetto in quattro parti, il cui tema è il terremoto che nel 1968 distrusse Gibellina, nella valle del Belice (altri frammenti, qui), ma è anche la difficoltà del ritorno, il rapporto col passato, la difficoltà di ricostruire…

C’è questo attacco alato, intenso, a volte struggente, bello nel ritmo che richiama l’alessandrino e nell’uso degli enjambement, cui seguono una prima e una seconda sezione altrettanto forti, nelle quali questo rigoglio metaforico esprime bene e intensamente l’andamento della tragedia. Ma poi qualcosa si incrina. Non cambia il linguaggio dell’autrice, non cambia lo stile e non cambia la modalità. Tuttavia forse di fronte alle parti più riflessive, la terza e la quarta, in cui ci sono meno eventi del momento e più sentimenti del dopo, si ha come l’impressione di un poco di eccesso, come se queste immagini così forti si ritrovassero a sparare un po’ troppo in alto, dopo che il dramma si è consumato e restano in campo i sentimenti inevitabilmente (e fortunatamente) meno brucianti del “dopo”.

Leggendo i versi della Renda mi sono venute spontanee due associazioni: da un lato il Ritsos della Signora delle vigne, con la sua pungente commistione di saggezza contadina, mito arcaico evocato e durezza (anche politica, talvolta) del presente. Temi e andamento della seconda strofa dei versi riportati qui sopra sono vicini a quelli di Ritsos.

L’altra associazione è con il García Lorca surrealista e post-surrealista (in particolare quello del “Lamento per Ignacio”) con le sue metafore violente, deliberatamente eccessive, ma a un secondo sguardo assolutamente pertinenti e per nulla gratuite. La terza e la quarte delle strofe qui sopra mostrano un uso simile.

Se si apprezza una poesia così carica, così grondante di emozione, così fastosa nella sua commistione di calore e di morte, si può trovare davvero straordinario il modo in cui la Renda costruisce il crescendo che costituisce la prima parte (quella dell’evocazione) e la seconda parte (quella dell’evento stesso, il terremoto e la conseguente distruzione). Queste immagini forti, cariche di mito rendono fortemente vivo il loro oggetto; arrivano a fare paura, a metterci in gioco.

Cosa si rompe, poi? Difficile dirlo. Probabilmente molto poco. Forse interviene solo un po’ di stanchezza nel lettore per il protrarsi uniforme del tono del discorso, troppo uniformemente alto per l’argomento, ora meno terribile. Forse è solo la troppo a lungo mantenuta prosecuzione del medesimo registro. Lo stesso García Lorca, nel “Lamento”, cambia registro (e metro, e parole) in ognuna delle quattro sezioni.

O forse è proprio il tema a prestarsi meno a una trattazione così gridata. Si tratta di sfumature, comunque; e non mancano i frammenti molto riusciti anche qui.

Forse la difficoltà di costruire un’epica, oggi, come si è provata a fare la Renda, sta proprio nella nostra difficoltà, o incapacità, di reggere a lungo il tono epico. Abbiamo sentito, nei secoli, troppe false canzoni, e diffidiamo oggi anche di quelle che potrebbero essere vere. Certo, quella della Renda è un’epica con una forte base lirica, di coinvolgimento personale, e questo ce la rende sufficientemente vicina (se così non fosse, credo che non funzionerebbe nulla, o non abbastanza a lungo). Ma quando il tono del grido non ci appare più necessario, riemerge in noi la diffidenza, la sensazione che si stia esagerando. A volte l’ironia è la cura che ci permette di mantenere il contatto. Qui, non so quanto sarebbe possibile metterla in gioco. In questo contesto probabilmente ci apparirebbe ancora più artificiosa della sua assenza.

Probabilmente quindi la difficoltà ad arrivare felicemente in fondo incontrata da questo poemetto non è specificamente sua. Forse è solo la manifestazione di una difficoltà generale dell’epica, un genere che ha bisogno dell’innocenza per esistere davvero.

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