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Della critica prescrittiva

Visto che mi occupo di ambedue le cose, il fatto mi salta inevitabilmente all’occhio. E il fatto non è che tra l’universo della critica poetica e quello della critica fumettistica ci siano, come è ovvio, numerose differenze. Semmai è che in mezzo a queste ce ne sia una meno ovvia delle altre, su cui vale la pena di indagare.

Non è difficile osservare che nell’universo della critica poetica è frequente un genere di critica che potremmo denominare prescrittiva, che è invece del tutto assente nella critica del fumetto. Non si tratta solo che chi scrive esprima più o meno esplicitamente delle preferenze personali: anche il critico dei fumetti è inevitabilmente schierato (chi con maggiore, chi con minore virulenza) nei confronti di un genere o di alcuni autori. Non esiste la critica oggettiva: il critico parla di ciò che conosce, giustamente; e conosce quello che gli interessa, giustamente. Persino se nutre ambizioni di esperto complessivo, o magari di storico, è naturale che finisca per propendere in qualche direzione, pur cercando di tenersi aggiornato a tutto campo.

Tuttavia nessun critico di fumetti, per quanto schierato, si sognerà mai di dichiarare che il fumetto vero si fa in un certo modo e non in altri; e che tutto il resto è inautentico, inattuale, sorpassato e, in ultima istanza, falso o mistificante. In altre parole, a nessun critico di fumetti è mai venuto in mente di scrivere in termini prescrittivi, dichiarando quale sia il modo giusto, corretto ed esclusivo di fare fumetti; oppure (versione appena più blanda della precedente) quali siano i modi sbagliati, scorretti e da abbandonare, indipendentemente dalla qualità degli autori e delle loro opere.

Sarà perché la critica del fumetto è giovane, o sarà perché quasi mai i critici sono anche gli autori stessi, o perché la posta culturale in gioco appare meno impegnativa. La critica poetica ha una lunga storia; molti critici sono anche autori, che si sentono in dovere di sostenere teoricamente le proprie scelte di poetica; la posta in gioco si presenta come altissima, perché, anche se i lettori di poesia in Italia sono molti meno dei lettori di fumetti, ancora, per chi se ne occupa, “quel che resta lo fondano i poeti”, come ebbe a dire Hölderlin una ventina di decenni fa.

O sarà anche perché, data la sua giovane età, il fumetto vive un’epoca felice in cui tra le produzioni più popolari e quelle più di elite esiste una continuità di produzioni intermedie e uno scambio continuo; e se pur qualche volta è chiaro cosa sia popolare e cosa sia di elite, in altri casi è, felicemente, impossibile (e inutile) distinguere davvero. La poesia (e quella italiana in particolare) ha tagliato i ponti da secoli con la sua versione popolare, al punto di escluderla dal campo stesso che la definisce, lasciandoci persino il dubbio rispetto a che cosa, oggi, potrebbe essere definita come tale: la canzone, forse? Basta leggere i dibattiti in rete al proposito (ad esempio qui) per capire quanto problematicamente sia vissuta questa ipotesi.

La critica prescrittiva non è ovviamente sempre così becera da dire esplicitamente “si fa così” o “così non si può fare”, ma non è, in ogni caso, affatto difficile ritrovare nel suo discorso queste morali. A titolo di esempio, uno per tutti, si può citare intervento e dibattito (specialmente il dibattito) tenuto in questa sede a proposito della poesia di Milo De Angelis. Nel dibattito vi sono anche numerosi interventi interessanti, e una lodevolissima documentazione su interventi critici di difficile riperimento, riportati interamente o in parte, pro o contro De Angelis (cui è seguita nel medesimo sito/blog poesia2punto0, nei giorni successivi, la pubblicazione di altri interventi critici su De Angelis, e sul post in oggetto, e altre polemiche ancora altrove); mi vi è anche un’interminabile serie di interventi volti a dimostrare (quasi more matematico) che la poesia di De Angelis è sbagliata, e che così non si fa, sino ad affermare testualmente (Laura Canciani): “NO, la poesia deangelisiana non può essere affatto utile all’obiettivo da conseguire, integralmente tardo novecentesca nella sua impostazione di fondo e nella sua costituzione, non ci può dire nulla di nuovo di ciò che sapevamo già”.

Parlare in questi termini (tutto sommato piuttosto frequenti nella critica poetica) vuol dire condannare De Angelis non tanto per la qualità della sua poesia, quanto perché le prescrizioni che da essa sarebbero ricavabili non sono utili all’obiettivo da conseguire, anzi controproducenti. L’intervento è rivelatorio proprio a causa della sua rozzezza, perché esplicita quello che critici più raffinati stanno attenti a non esplicitare, o danno per scontato: cioè che ci siano degli obiettivi da conseguire, e che tali obiettivi siano sufficientemente chiari.

Ora, è evidente che una critica prescrittiva si giustifica soltanto se ci sono degli obiettivi chiari e condivisi da conseguire. Quali sono questi obiettivi? E, per quanto riguarda il fumetto, tali obiettivi non esistono, oppure esistono ma la critica preferisce ignorarli, o non scontrarsi sul loro campo?

Cerchiamo di far qualche luce sulla prima delle due questioni, lasciando la seconda a una riflessione futura. Quali possono essere gli obiettivi della poesia, così chiari e condivisi da poter pensare di dimostrare che la poesia di De Angelis non è adatta a dare indicazioni per conseguirli? Suppongo che siano qualcosa come: testimoniare il proprio tempo, esprimere la condizione umana nel presente (nella fattispecie nell’epoca dell’abbrutimento e dell’alienazione tardo-capitalista). Qualcosa di questo genere salta fuori in generale sempre quando si cerca di capire a cosa serva la poesia.

Sono asserzioni generiche, anche la seconda (pur se meno della prima). Da sole non giustificherebbero né potrebbero sostenere alcun livello di critica prescrittiva. È perciò necessario che il critico, che egli lo espliciti o meno, abbia opinioni molto più dettagliate di queste. Nel post citato, per esempio, l’autore Giorgio Linguaglossa cerca di esplicitarle almeno in parte in uno dei commenti, come spiegazione a posteriori delle ragioni del suo attacco a De Angelis.

Quello che mi colpisce, di queste esplicitazioni, o di quello che si può intuire di implicito ogni volta che la critica assume colorazioni prescrittive, è che il critico mostra di avere un’idea molto chiara di quello che è il nostro tempo, di quale sia il suo problema, e di conseguenza di come la poesia dovrebbe fare per esprimerlo. Personalmente, in questi casi, sono sempre incerto tra l’essere ammirato e l’essere imbarazzato: ammirato perché piacerebbe tanto anche a me possedere certezze del medesimo livello; imbarazzato perché ho la sensazione netta di vedere quello che il critico in questione non vede, ovvero i limiti abissali delle sue certezze.

Giusto per fare un esempio. È un luogo comune della critica poetica che noi si viva in una società alienata e inautentica, e che la poesia che non esprima questo sia per forza necessariamente inautentica (anche di questo si accusa, per esempio, De Angelis, in molti dei commenti di cui sopra). La neoavanguardia italiana, come tanta arte cresciuta sulle teorizzazioni di Adorno, vive integralmente su questo presupposto; e vi continuano a vivere tanti suoi epigoni.

Ora, non si tratta di negare che esista l’alienazione e l’inautenticità, perché basta accendere il televisore per accorgersene; o nemmeno di negare l’importanza sociale di questa condizione disumanante. Ma sostenere che la poesia debba necessariamente confrontarsi con questa condizione, e tacciare di inautenticità la poesia che parla d’altro, significa pensare che, poiché il centro è importante, le periferie non esistono. È probabile che nel nostro tempo l’autenticità (qualunque cosa si voglia intendere con questa brutta e oscura e intollerante parola) sia relegata davvero nella periferia dell’esperienza: ma per quale ragione la poesia non dovrebbe convivere ed esprimere questa periferia?

Si dice anche che l’inautenticità abbia pervaso tutto, e che non siamo in grado di provare nessun sentimento autentico. Mi piacerebbe però sapere se ci sia qualcuno in grado davvero di riconoscere un sentimento autentico da uno che non lo è. Ma se non siamo in grado di operare questo riconoscimento, come possiamo permetterci di dire che l’autenticità è stata scacciata, e che la poesia, dopo Auschwitz, non può che esprimere quel male? Come potrà permettersi di parlare di autenticità chi non sia in grado di riconoscerla? Non sarà, l’autenticità, proprio quel mito oscuro e impossibile, che è utile perché ci permette di dire che il nostro mondo non è così, e che bisogna operare, di conseguenza, in un determinato modo, per recuperarne almeno l’espressione (l’espressione autentica di un mondo inautentico!)?

In alternativa, il mito oscuro potrà trovarsi anche nel politico, anzi in una precisa concezione del politico. Poiché De Angelis, in generale, parla d’altro, De Angelis allora non ci servirà. Ammesso e non concesso che il centro del nostro tempo sia correttamente identificato in questo modo, anche in questo caso, che diritto avrebbe il centro di escludere le sue periferie dall’esercizio poetico? Mi importa assai poco, in verità, di decidere quale sia il centro. Personalmente, poiché apprezzo De Angelis, ritengo che un qualche centro le sue poesie lo colgano. E poiché apprezzo Fortini, ritengo che un qualche altro centro sia colto pure da lui. E continuo a non capire perché se l’uno è giusto l’altro debba essere sbagliato.

Ho già difeso De Angelis altrove (qui e qui, per esempio), e non è per difendere la sua poesia che ho scritto queste righe. Il punto è che trovo qualcosa di insopportabile nel sentirmi dire che cosa sia giusto fare, senza che vengano esplicitati gli obiettivi di questo fare (e quindi senza discuterne). Con i miei versi (come con quelli di chiunque altro) io mi auguro che i lettori possano trovarsi in sintonia, e quindi giudicarli belli; mentre magari, al contrario, non riusciranno a trovare nessuna sintonia, e li riterranno brutti. I miei versi, come quelli di chiunque altro, sono belli, oppure sono brutti; ma non sono giusti o sbagliati. Quello che potrà essere giusto o sbagliato sarà un intervento critico, non un’operazione artistica – e parlare di un’operazione artistica in termini di giusto o sbagliato è perciò parlarne come se si trattasse di un intervento critico.

La critica del fumetto, pur nella sua pochezza (quantitativa), mi sembra che resti ancora estranea a questo fraintendimento. Per quanto mi riguarda continuerò a fare il critico di fumetti anche di fronte alla poesia. Non mi piace rendermi ridicolo.

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9 comments to Della critica prescrittiva

  • Intervento come al solito denso e intelligente, con cui sono d’accordo e che spiega bene anche il perché io mi sia sempre tenuto lontano dalla critica letteraria (pur essendomi laureato in filologia moderna con una tesi di critica letteraria, ho rinunciato a proseguire quella strada con dottorati et similia, e ho preso, come ben sai, altre strade).

    Aggiungerei solo due cose.
    La prima, che la critica prescrittiva di cui parli presuppone sempre un mito, quello del progresso, del nuovo a tutti i costi, che con il passare del tempo tendo sempre più a riconoscere nella sua vacuità. Non che la poesia non debba dire “qualcosa di nuovo”, per carità, ma mi sembra che i termini del nuovo si valutino spesso nella maniera sbagliata. Siamo sicuri che basti inventare un modo d’espressione nuovo per dire cose nuove? E se invece – come in molte esperienze contemporanee – quel modo d’espressione rischia di rimanere un contenitore vuoto, o almeno sovradimensionato rispetto ai suoi contenuti?
    E’ una domanda, non un’affermazione…

    La seconda cosa – che poi è più una malignità – è che forse è proprio la marginalità della poesia contemporanea, in Italia perlomeno (e che la poesia sia marginale non c’è nemmeno bisogno di dimostrarlo), a istigare questo tipo di litigiosità. Più l’orticello è piccolo, più i guardiani tenderanno ad accapigliarsi per conquistarne un pezzettino.

  • P.S.: ho letto la discussione su De Angelis in Poesia2.0.
    Ho trovato deliziosamente esilaranti gli interventi di Laura Canciani, con quell’anaforico “come non…” (“come non notare che…”, “come non accorgersi che…”, “come non ammmettere che…”), quasi che le sue osservazioni – oltretutto, di una banalità sconfortante – fossero non opinioni, ma fatti, netti e indiscutibili.
    Cito un solo esempio, fra i tanti:

    “La composizione inizia cosi “Di sera ti sanguina la bocca”; come non notare che questo incipit e sopra le righe? A nessuno sanguina la bocca se non per una malattia tipo gengivite o una patologia ben piu grave come un cancro, e allora, questo primo verso e manifestamente fuorviante, sopra le righe, quindi falso. Ma voi direte: ma e la liberta del poeta che qui ha luogo! E io rispondo: miei cari lettori il poeta non ha alcun diritto di accentuare i toni fino all assurdo (che la letteratura dell assurdo e un altra cosa!), il poeta non ha diritto di inventare delle situazioni manifestamente sanguinarie per ipnotizzare e abbindolare il lettore improvvido.”

    Ora, a parte la presupposizione che De Angelis voglia “abbindolare il lettore”, tu prova ad applicare questa logica a un qualunque verso di una qualunque poesia, e avrai un micidiale grimaldello capace di stroncare qualunque poeta di qualunque letteratura.
    Comodo, no?

  • guardareleggere

    @ Sergio
    Sulla prima osservazione sono d’accordo. Anzi, credo che fosse in qualche modo sottinteso o implicato in quello che dicevo. E anche la malignità che segue (pur se indimostrabile) ha l’aria di essere vera.
    Quanto alla Cacianti, avevo goduto anch’io della perla che hai citato. Ma mi sembrava impietoso infierire. Per fortuna c’è di meglio, anche in mezzo alla critica prescrittiva.

  • Francamente, non conosco abbastanza la critica poetica per esprimere una valutazione serena del tuo post.
    Però il “nirvana” fumettistico non lo vedo nemmeno permettimi. almeno se mi limito all’Italia, fuori non saprei.
    Sempre al più spesso, invece, mi capita di rileggere con stupore roba “vecchia”, “vecchissima”… prendi che ne so “i fumetti” di carlo della Corte, o qualche articolo di “proto-semiotica” del fumetto degli anni sessanta.E allora sì che ritrovo quel senso della critica pacata, magari ingenua, magari inadeguata con il senno del poi, ma comunque rispettosa delle sensibilità, delle opere e degli autori. Forse, in qualsiasi campo ci troviamo, bisognerebbe mantenere una certa onestà intellettuale nella critica: guardare e leggere le cose per quello sono e non per quello che vogliamo che siano.

  • guardareleggere

    Marco,non mi fraintendere. Nessun nirvana. La critica fumettistica è piena di difetti e di supponenze. Ma non quella di cui si parla qui, o almeno non in maniera così determinante.
    A nessun critico di fumetti verrebbe in mente di bollare un genere come “sbagliato” perché non ci indica la Via Giusta. Si litiga perché si hanno opinioni diverse su cosa sia “maggiore” e cosa “minore”, semmai. Ma questo va bene, almeno quando lo si sa argomentare, cosa che purtroppo non sempre succede. O magari ci si limita al proprio orticello e si ignora il resto – e anche questo è un difetto, certamente, e grosso. Ma non è quello di cui si parla qui.

  • Lorenza Chiodi

    Ho trovato eccezionale, per acume e chiarezza, l’intervento di Daniele Barbieri sui limiti e sulle presunzioni della critica prescrittiva. Ha tutto il mio consenso. Proprio oggi (Moltinpoesia) è uscita una sciocca e insultante replica di Giorgio Linguaglossa, che illustra bene la miopia di certi critici, incapaci di entrare con umiltà nel testo poetico e abituati a non essere contraddetti.

    Lorenza

  • guardareleggere

    Caro Linguaglossa,
    giusto per completezza, (e poiché mi risponde a casa Sua io proseguo a casa mia) queste sono parole Sue (commento dell’8 agosto 2012 al post a cui faccio riferimento sopra):
    “Anche la poesia di Milo De Angelis è fondata su un concetto catartico della commozione, ancora del tutto novecentesco. ritengo che oggi bisogna esserne coscienti. Oggi bisogna avere le idee chiare, chiarissime su questo punto. Direi, per semplificare: ABOLIAMO NON IL CHIARO DI LUNA MA LA VISIONE NOSTALGICO RESTAURATRICE dei cattolici con il portafoglio ben gonfio di banconote e delle categorie marxiane annacquate da personalismi e da lirismi popolareschi. Il problema del CETO MEDIO MEDIATICO non è un problema metafisico, ma politico, reale, concreto. Dinanzi alla BALENA BIANCA della visione piccolo borghese io ritengo che bisogna essere chiarissimi: un NO PIENO E DISINTERESSATO. Di fronte alla visione del ceto medio metodista si va dritti nel buco della serratura della cultura finto progressista ma in realtà reazionaria degli scrittori di Palazzo, del nuovo palazzo populista abitato dagli inquilini dei Parioli e di via Montenapoleone. Tutto ciò neanche più mi indigna, mi annoia. Il programma oggi per un intellettuale con un etto di dignità, dinanzi allo sfascio sociale e spirituale del Paese, non può che essere di PRESA DI DISTANZA dal Ceto Medio, dal Ceto Basso e dal Ceto Alto. Distanza da tutti i Ceti e dalla Tradizione che ha esercitato l’egemonia dei Vincitori della rivoluzione telematica.”
    (i grassetti invece sono miei)
    Mi dica se non è prescrittivo questo? (e non sto parlando delle Sue convinzioni politiche, che non sono rilevanti in questa sede, e che – sia chiaro – non sto nemmeno criticando da destra).
    Quanto ad Adorno, non mi sembra di avere parlato del suo pensiero in questo post, ma semplicemente accennato al suo influsso, il che è altra cosa. D’altra parte, che il Suo commento voglia essere semplicemente ed espressamente offensivo mi pare cosa evidente – come è evidente, d’altro canto, la strabordanza del suo Ego che ha preso come rivolte a Lei non solo le osservazioni che evidentemente lo erano, ma anche quelle che altrettanto evidentemente erano più generali, e non riguardavano più, nello specifico, l’esempio che mi ha fornito l’occasione per affrontare un problema che non riguarda solo Lei (e non a caso nel post non ho citato Lei bensì la Canciani).
    È comunque palese che Lei sa davvero che cosa è giusto e che cosa è sbagliato.
    Un tale Daniele Barbieri (dal limitato cervello, non ci sono dubbi)

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